Lo scudetto del 1975-76 è ancora oggi l’ultimo vinto dal Torino. Era il settimo della sua storia e arrivava ventisette anni dopo il sesto, quello del 1948-49, conquistato dal Grande Torino e consegnato alla squadra quando ormai i suoi giocatori non c’erano più: il 4 maggio 1949 l’aereo che li riportava da Lisbona si era schiantato contro la collina di Superga. Quel titolo del 1976 non nacque da un colpo di fortuna né da una campagna acquisti faraonica: fu il punto d’arrivo di quasi quindici anni di ricostruzione paziente, cominciati nel 1962 con l’arrivo del presidente Orfeo Pianelli. Questa è la storia di quel cammino.
L’eredità di Superga: il Toro che Pianelli trova
Quando Pianelli diventa presidente, alla vigilia del campionato 1962-63, si ritrova tra le mani un Torino che ha finalmente smesso di sopravvivere: c’erano Bearzot, Danova, Hitchens e soprattutto Giorgio Ferrini. Dopo anni cupi, in città tornava a respirarsi aria di grande calcio.
Ci era voluto molto tempo. Dal 4 maggio 1949 la squadra non era più riuscita a rialzarsi: ricostruire una formazione vincente in una città schiacciata dal lutto era un’impresa impossibile. Troppo pesante il ricordo, troppo grande la responsabilità, troppo profondo il dolore.
Dalla Serie B ai fuoriclasse: Law, Baker e il ritorno tra i grandi
Dopo un decennio passato a galleggiare a metà classifica — con in mezzo perfino deliranti proposte di fusione con la Juventus — arrivò anche l’umiliazione della retrocessione, nel 1959. Una conseguenza quasi logica per una squadra che ormai giocava stabilmente lontano da casa, al Comunale, uno stadio che fino a quel momento non apparteneva alla storia granata. Finiva l’era del Filadelfia. Cominciava la sua leggenda.
Il ritorno in Serie A fu immediato, seguito da un campionato di assestamento e poi dall’ingaggio di due fuoriclasse turbolenti, Denis Law e Joe Baker: genio e sregolatezza, croce e delizia di una sola stagione. I due britannici non erano il prototipo del giocatore da Torino, per tradizione concreto, attaccato alla maglia, disposto a sputare sangue pur di non disonorarla. Per quei colori serviva gente come Bearzot, o come Ferrini, il Capitano, monumento vivente di tutto ciò che il granata rappresenta.
Pianelli era ambizioso ma lucido: sapeva quanto poteva spendere e non si sarebbe mai lasciato trascinare in aste furibonde a colpi di centinaia di milioni. Il rientro definitivo tra i grandi arrivò nella stagione 1964-65, quando la squadra allenata da Rocco chiuse terza, davanti alla Juventus, dopo anni di sofferenze.
Gigi Meroni, il talento libero

Il colpo più importante di quegli anni fu però l’acquisto dal Genoa di un ragazzo: Luigi Meroni. Gigi era la speranza per il futuro. Anticonformista, vitale, estroso, dotato di un talento unico, sembrava incarnare la “diversità” dell’essere granata in tutta la sua fragilità. Diventò in fretta l’idolo dei tifosi. Firmò altre due belle stagioni: a volte deludeva per l’incostanza, ma confermava una classe rara, la capacità di segnare reti strepitose e di far impazzire gli avversari.
La sua avventura finì all’inizio del campionato 1967-68. Fu travolto da un’auto in Corso Re Umberto, una domenica sera, mentre passeggiava con l’amico e compagno di squadra Poletti, dopo una bella vittoria per 4-2 sulla Sampdoria.
Un nuovo, crudele scherzo del destino chiudeva per sempre gli occhi tristi di quel giovane campione: l’unico capace di portare una ventata di novità in un ambiente ormai stantio, con la sua stravaganza e la sua voglia di essere libero, di essere un uomo prima ancora che un calciatore. Un altro nome si aggiungeva a quelli degli eroi di Superga.
Nasce il baby-Toro: Cadè, una Coppa Italia e un esonero ingiusto
Il 1968-69 è l’anno del sorprendente trionfo della Fiorentina dei giovani di Bruno Pesaola: una vittoria del coraggio e della fantasia contro l’arroganza dei bilanci delle solite grandi. Il Torino non era poi così diverso dai viola per struttura societaria, disponibilità economiche e attaccamento dei tifosi. Pianelli decise quindi di imboccare la stessa strada e inaugurò la stagione dei baby-granata. Ma non fu una copia sterile: i ragazzi lanciati in maglia Toro avrebbero confermato il proprio valore per anni, mentre la Fiorentina non sarebbe più tornata a quei livelli.
Nel 1969-70, l’anno dell’incredibile Cagliari di Riva, arrivò l’acquisto decisivo: Claudio Sala, quello che i tifosi avrebbero ricordato come “il Poeta”. In panchina si accomodò un tecnico rampante, Cadè, tranquillo e anticonformista per vocazione, che si presentò senza troppi giri di parole:
«Non posso anticipare se il Torino lotterà per la salvezza o per lo scudetto. Cercheremo di giocare un buon calcio e di fare spettacolo: ma non poniamo limiti alla provvidenza».
I tifosi, alla salvezza, credevano di sicuro; allo scudetto un po’ meno. Finì con un settimo posto, un derby vinto e uno perso malamente, ma la Juve beffata dai sardi ripagò in parte lo smacco.
L’anno seguente arrivò Castellini, promettente portiere del Monza. Che la dirigenza credesse ciecamente in lui è dimostrato dalla contropartita: ai brianzoli finirono Pinotti, Mondonico, Facchinello e Giannotti. Cadè restò perplesso davanti a tante cessioni non bilanciate da acquisti di sostanza:
«Ringiovanire: sì, era doveroso farlo, ma non so davvero se, pur rinnovati, possiamo dirci più forti».
Scontato che un tipo così pacato, così lontano dai proclami estivi, fosse destinato a poca fortuna nel nostro calcio.

Intanto Sala scalpitava. Il tecnico aveva le idee chiare: quel ragazzo, erede naturale del mai dimenticato Meroni, sarebbe stato il rifornitore perfetto per Bui e Pulici. Su Pulici, arrivato in granata nel 1967-68 e rimasto a lungo dietro le quinte, i dubbi erano invece legittimi: 24 presenze nel 1969-70 e nessuna rete, un bottino modesto per chi doveva essere il terminale offensivo della squadra. Dopo un provino fallimentare, Helenio Herrera aveva perfino sentenziato: «Sarebbe meglio si dedicasse ai cento metri…».
L’unico pronto a metterci la mano sul fuoco era Cadè, deciso a rischiare tutto pur di dimostrare le proprie idee: «Più fantasia, più rischio, più coraggio, meno calcolo». Ma Paolino deluse ancora, fermandosi a tre reti — meno dell’amico Sala, che di mestiere non faceva certo la punta. In totale il Toro segnò appena ventisette gol: bastava una difesa allegra per volare in B.
Eppure, nonostante la sterilità offensiva, quell’anno i granata conquistarono la Coppa Italia, battendo ai rigori il Milan. Incredibilmente, Cadè fu silurato pochi giorni prima della finale. Che il suo posto sarebbe stato preso da Gustavo Giagnoni si sapeva da tempo, ma tanta fretta parve a molti eccessiva e ingiusta verso un tecnico serio e competente.
1971-72: la rincorsa che accende i sogni
L’estate 1971 vide un Pianelli più battagliero del solito:
«Pretendo che mangiate l’erba, che usciate dal campo a testa alta, con le maglie intrise di sudore. Non voglio più sentire nessuno lamentarsi, non voglio discussioni contro questo o quello. Entrate in campo e fate il vostro dovere fino in fondo. E niente vittimismo se qualche volta le cose andranno storte».
In casa granata c’era fermento: si capiva che il momento di raccogliere i frutti di dieci anni di lavoro non era lontano. Anche Pulici sembrava vicino all’esplosione, nonostante le riserve del tecnico sardo: «Stia attento, Pulici, perché alle sue spalle può esserci un Bui».
Fu un campionato incredibile. A fine andata il Toro era settimo, a sei punti dalla Juve capolista, e nel primo derby le aveva pure prese. Poi arrivò un recupero prodigioso: alla ventiseiesima giornata i granata completarono addirittura il sorpasso sui cugini. I tifosi cominciarono a sognare, con il disincanto che da sempre li distingue: finalmente una squadra col Toro sul petto onorava i caduti di Superga.
Ma l’inseguimento aveva sfiancato i ragazzi del “corsaro” Giagnoni. La domenica successiva la Juve tornò davanti e il campionato non le sfuggì più. Il Torino chiuse secondo insieme al Milan, a un solo punto dalla vetta.
Nasce “Puliciclone”

Di quella squadra facevano già parte quattro degli undici che avrebbero vinto il tricolore: Castellini, Sala, Pulici e Lombardo. Sala, pur senza una collocazione stabile in campo, era ormai un regista acclamato, dalla classe cristallina; Castellini si era rivelato un acquisto azzeccato.
Per Pulici arrivò finalmente la consacrazione. Giagnoni, che tanto aveva lavorato per disciplinarlo sul piano tattico e tecnico, lo spostò da centravanti ad ala sinistra: era la pietra filosofale. Da quel momento le difese di tutta Italia lo conobbero come “Puliciclone”. Diciassette gol nel 1972-73, titolo di capocannoniere condiviso con Rivera e Savoldi, esordio in azzurro. Il campionato dei granata, però, non fu all’altezza delle attese: la zona-titolo non venne mai avvicinata.
Il ragazzo di Arezzo: arriva Graziani
Si parlava di rinforzi importanti, di puntare in alto, e invece l’acquisto-bomba del 1973-74 fu un ventenne di Serie B, un certo Francesco Graziani, attaccante dell’Arezzo. I dirigenti avevano visto giusto ancora una volta: il ragazzo venne preso sotto l’ala di Giagnoni e dei “vecchi” come Ferrini, che ne intuirono subito le qualità.
Il tecnico sardo decise di non bruciare i giovani e li tenne fuori dalla mischia nelle prime giornate. Graziani, poi, andava sorvegliato: fidanzato con una ragazza di Arezzo, aspettava solo una distrazione per tagliare l’angolo, ed essendo un po’ rotondetto doveva anche badare alla linea. I primi mesi furono traumatici per quello che sarebbe diventato il Ciccio nazionale, ma oggi lui ricorda Giagnoni con affetto e stima: fu il Corsaro a farlo esordire in campionato contro la Sampdoria, nel novembre 1973. Gli affidò la maglia numero 7 e, davanti alle proteste del giovane abituato al 9, sbottò:
«Tu andrai in Nazionale e ci andrai con la maglia numero 7».
Sarebbe successo davvero.
Fabbri, i gemelli del gol e la squadra pronta
Le cose però si misero male e, dopo un pesante 3-0 incassato a Milano dall’Inter, l’uomo del colbacco lasciò il posto a Edmondo Fabbri. In più Agroppi, focoso e sempre pronto a far cagnara, era finito nei guai con la commissione disciplinare per un quasi contatto con un gruppo di tifosi.

Fabbri si ritrovò così catapultato in una situazione bollente il giorno dell’esordio, contro la Sampdoria. Finì 1-1, ma i tifosi, scontenti dell’arbitraggio, provocarono violenti incidenti con le forze dell’ordine che costarono una giornata di squalifica al Comunale. Nella difficoltà, però, i giocatori fecero quadrato: un’altra prova di attaccamento alla maglia. Alla fine arrivò un onorevole quinto posto, con sei reti di Graziani all’esordio e quattordici di un Pulici sempre più implacabile.
Il 1974-75 fu un campionato interlocutorio, ma vide affermarsi in prima squadra un altro giovane di valore, Zaccarelli, destinato a diventare una bandiera. Pulici e Graziani chiusero insieme a trenta reti: erano nati i “gemelli del gol”. Grande merito ebbe Fabbri, che trovò la sistemazione definitiva per Claudio Sala: gli diede la maglia numero 9, ma il compito reale era sostenere i due arieti, che ispirati dal regista esplosero fragorosamente. La squadra era pronta. Mancavano solo qualche ritocco e, forse, un nuovo allenatore.
Il sergente di ferro: Radice, Caporale e Pecci
A sostituire Fabbri fu chiamato un tecnico emergente, Gigi Radice, che si era fatto un nome col sorprendente Cesena e veniva da un’esperienza amara a Cagliari, dove aveva compiuto il miracolo di salvare una squadra ormai lontana parente di quella campione d’Italia, ricevendo in cambio un benservito bruciante. Si presentò a Torino in sordina, senza proclami: l’obiettivo non dichiarato era il secondo posto, perché i cugini bianconeri sembravano onestamente inavvicinabili. Ma dopo una rapida occhiata alla rosa capì di avere per le mani una grande squadra. Al presidente chiese solo due uomini: un difensore e un centrocampista.
Detto fatto. Dal Bologna arrivarono il ruvido Caporale e l’imprevedibile Pecci; agli emiliani finì, come parziale contropartita, Cereser, tredici anni di Toro, una bandiera. Le cessioni toccarono proprio i giocatori-simbolo: perfino Ferrini ammainò il vessillo di una vita dopo sedici anni, lasciando proprio nella stagione della massima gloria. Se ne andò anche quel “maledetto toscano” di Agroppi, dopo otto anni.

Gli uomini chiesti da Radice si rivelarono perfetti: Caporale, ferito dall’esperienza bolognese, era motivatissimo; Pecci, superbo uomo di regia e matto come un cavallo, permetteva di spostare il “Poeta” Sala in altre zone del campo. A una delle prime sedute, Pecci si rivolse al tecnico fingendo di piagnucolare: «E se qualcuno mi marcherà, che cosa farò?». E il mister, che si era già guadagnato la fama di duro: «Ad attaccare ci vai tu, così da aggredito diventi aggressore».
In quel concetto, apparentemente semplice, c’era l’essenza del gioco del “prussiano” Radice: un calcio moderno, ispirato alla grande Olanda di Cruijff e del calcio totale, antesignano del pressing. La forza del Toro stava in un gruppo straordinario, dove convivevano gregari generosi come Patrizio Sala, Mozzini, Caporale, Santin e Gorin, esteti raffinati come Claudio Sala e Pecci, un centrocampista d’assalto come Zaccarelli, due cannonieri implacabili come Pulici e Graziani, e un portiere di livello come Castellini.
La rimonta impossibile e il settimo scudetto
La stagione non cominciò benissimo: subito fuori dalla Coppa Italia, sconfitta alla prima di campionato a Bologna. Ma quei ragazzi non erano divorati dall’ansia di vincere e non fecero un dramma delle battute d’arresto. La rincorsa partì dalla seconda giornata, e la squadra da raggiungere era ovviamente la Juve: un titolo vinto contro chiunque altro avrebbe avuto meno gusto. A un certo punto, però, i bianconeri sembrarono un puntino all’orizzonte: cinque punti di distacco alla ventunesima giornata avrebbero scoraggiato chiunque. Non il Toro, forgiato a immagine e somiglianza del suo allenatore.
Pulici e Graziani, così uguali e così diversi, imperversavano tra le difese avversarie, innescati dai lanci fatati di Sala e Pecci. “Puliciclone” più di tutti incarnava lo spirito granata: sanguigno, istintivo, mai domo.
«Ogni pallone per me era una specie di guerra. Non conoscevo mezze misure e rifiutavo l’idea che si potesse giocare badando a mantenere il risultato».
Alla ventiduesima partì la riscossa: la Juve cadde a Cesena proprio alla vigilia del derby, mentre il Toro stendeva la Roma. Sotto la Mole la Vecchia Signora fece harakiri: 2-1 per i granata grazie alle autoreti di Cuccureddu e Damiani, incontro poi annullato dal giudice sportivo e assegnato 2-0 a tavolino. La sostanza non cambiava: in due giornate i cugini erano stati raggiunti, e la domenica seguente arrivò il sorpasso, con la Juve sconfitta dall’Inter e Graziani e Garritano a infilzare il Milan.

Il Toro tenne la testa fino all’ultima giornata, con un vantaggio di un solo punto che non permetteva calcoli in vista della sfida col Cesena. A semplificare le cose ci pensarono i bianconeri, sconfitti a Perugia: un sofferto pareggio casalingo contro gli ostici romagnoli bastò a consegnare il settimo titolo all’armata di Radice. Il pubblico non invase il campo: rimase ad applaudire, composto, gli eredi dei Più Grandi. Sugli spalti, quel giorno, in tanti piansero. Ventisette anni dopo Superga, sulle maglie granata era rifiorito il tricolore.
Epilogo. 1976-77: un punto di rimpianto
Dopo tante lacrime e tanta gioia, il Toro si ritrovò di nuovo ai nastri di partenza come tutti gli altri. Ripetersi sarebbe stato quasi proibitivo: era sparito il fattore sorpresa, decisivo l’anno prima. Eppure la squadra, pur senza cambiare fisionomia, si era rafforzata: quei ragazzi erano cresciuti e diventati uomini giocando fianco a fianco, e ormai potevano scendere in campo a occhi chiusi e stendere chiunque.
Ma la stagione riservò amarezze. Nel novembre 1976 un ictus si portò via, a soli trentasette anni, il leggendario Giorgio Ferrini: il Capitano, eroe di mille battaglie, anima del gruppo fin dai tempi tristi della prima Serie B.
In campo il Torino giocò alla grande fin dalla prima giornata, mettendo sotto chiunque. Il titolo divenne in fretta una questione a due, da risolvere come sempre faccia a faccia con la Juve. Il primo derby, all’ottava giornata, fu il primo sorpasso: 2-0 granata, delirio firmato Pulici–Graziani. Forse, quel giorno, il Toro pensò a un bis facile; forse pensò a una zebra già finita nella polvere.
Ma la Juve di Trapattoni si inchiodò alla schiena dei granata. Fu un testa a testa furibondo fino all’ultima giornata, tra sorpassi e controsorpassi. Alla fine il Torino raggiunse la quota stratosferica di cinquanta punti, cinque più dell’anno dello scudetto: la Juve ne fece uno in più. Una delusione difficile da digerire, a cui si aggiungeva la cocente eliminazione agli ottavi di Coppa dei Campioni per mano del Borussia Mönchengladbach. I granata si avviavano verso un nuovo, lento, inarrestabile declino.