Dal campo polveroso dello stadio Del Duca agli studi della Domenica Sportiva, da un piedino infilato tra le maglie della rete fino alla soglia sfumata di una classifica cannonieri, passando per lo sguardo di ghiaccio di Dino Zoff e la minaccia scherzosa di Giorgio Chinaglia, la storia di Domenico Citeroni è quella di un sedicenne in tuta che per un istante tenne in pugno il destino di un bomber da due miliardi di lire — e che il calcio italiano, cinquant’anni dopo, continua a raccontarsi come una leggenda di provincia…
Un ragazzino dietro la rete
Ascoli, 12 gennaio 1975. Tredicesima giornata di un campionato che per i marchigiani è una scoperta assoluta: la prima Serie A della storia del club, costruita dal presidente Costantino Rozzi e affidata alle cure di Carlo Mazzone, detto Carletto. Di fronte c’è il Bologna, squadra ancora guidata in campo dalla bandiera Giacomo Bulgarelli e trascinata in avanti da Beppe Savoldi, il centravanti che quell’estate sarebbe diventato l’uomo più pagato della storia del calcio italiano: due miliardi di lire versati dal Napoli, cifra tanto sproporzionata da finire perfino in un’interrogazione parlamentare.
Dietro la porta difesa dal secondo portiere ascolano Pier Luigi Masoni, appoggiato alla rete, c’è un ragazzo di sedici anni nato a Montreal, figlio di un emigrante che aveva fatto il minatore d’amianto tra l’Alaska e il Canada prima di tornare a coltivare un pezzo di terra marchigiano. Si chiama Domenico Citeroni, ed è lì per lo stesso motivo di sempre: non aveva i soldi per il biglietto, e allora si presentava davanti allo stadio alle dieci del mattino, sperando di essere tra i primi dodici scelti per fare il raccattapalle. Gratis, ma in prima fila.
Un piedino tra le maglie
La partita, per l’Ascoli, è un calvario. Landini porta avanti gli emiliani dopo cinque minuti, Zandoli pareggia, poi Savoldi si scatena: due reti in pochi minuti fissano il punteggio sul 3-1. Al 90′, lanciato da Bulgarelli, il bomber bergamasco si presenta ancora da solo davanti al portiere. Il destro è preciso, la palla passa sotto la pancia di Masoni e supera la linea bianca: sarebbe il poker, sarebbe anche, con ogni probabilità, il gol che gli avrebbe consegnato da solo la classifica marcatori. Ma Citeroni è lì, incollato al palo, e con un calcetto istintivo ributta il pallone in campo.
Il difensore Castoldi lo guarda spaesato — «Cosa ti ha preso?», pare dicesse il suo sguardo — ma nel dubbio calcia via lui stesso. L’arbitro Enzo Barbaresco, convinto che il pallone abbia semplicemente colpito il palo, assegna un innocuo calcio d’angolo. Nessuno, in campo, si è accorto di nulla. Solo Bulgarelli, che aveva visto la traiettoria, protesta a vuoto sotto lo sguardo indifferente del direttore di gara. Era il calcio prima della moviola, prima della Var, prima di qualunque telecamera piazzata dietro la porta: bastava un ragazzino con i riflessi giusti a riscrivere, in un decimo di secondo, la storia di una partita.
La fuga del colpevole

Finita la gara — 3-1 per il Bologna — Citeroni non aspetta la premiazione né i complimenti di nessuno. Vede l’agitazione sulle panchine, capisce di averla fatta grossa e se la squaglia verso casa senza dire una parola. Va a letto senza nemmeno attendere il verdetto della moviola televisiva della domenica sera. Per due giorni non ne parla con nessuno, nemmeno con gli amici. Poi, all’uscita dell’Istituto professionale Inapli, si ritrova i giornalisti ad aspettarlo sotto scuola: qualcuno, tra le panchine o tra i tifosi, ha ricostruito l’accaduto e il nome del raccattapalle è saltato fuori. «Ok, signori, sono io», si arrende Citeroni, e da quel momento la sua vita da comparsa dietro la rete finisce per sempre.
La stretta di mano a Savoldi
Il gesto lo porta dritto negli studi della Domenica Sportiva, dove stringe la mano proprio a Savoldi. «Pensavo fossi più giovane», gli dice l’attaccante, prendendola con lo sportivo distacco di chi, in fondo, sa che quel pallone respinto non ha cambiato il risultato della partita. I due vengono premiati insieme, posano per una foto ricordo, cenano perfino con il giornalista Bruno Pizzul. Due domeniche più tardi, quando ad Ascoli arriva la Lazio campione d’Italia, è Giorgio Chinaglia a chiamare Citeroni negli spogliatoi per un avvertimento mezzo scherzoso, mezzo no: «Avessi rubato un gol a me, ti avrei strozzato».
Non è un aneddoto isolato, quello con i grandi centravanti dell’epoca. Con Dino Zoff, che difendeva i pali della Juventus in trasferta al Del Duca, il rapporto era già leggendario tra gli addetti ai lavori: Citeroni rispediva i palloni usciti con calci alti e storti, costringendo il portiere della Nazionale a inseguirli e a perdere secondi preziosi — un pareggio contro i bianconeri, per l’Ascoli neopromosso, valeva oro. Finché un giorno Zoff non lo fissò con la sua proverbiale calma e gli disse soltanto: «Benedetto figliolo, il pallone devi darmelo in mano». Bastò quello sguardo a raffreddare per sempre le sue intemperanze balistiche.
Per un solo gol
L’episodio, che ai tempi fu derubricato a curiosità di colore e liquidato con una risata generale, ebbe in realtà una coda pesante sui libri statistici. A fine stagione Savoldi si ritrovò appaiato a quota 17 reti con Gianni Rivera e Paolo Pulici, ma fu proprio quest’ultimo, avendo giocato una partita in meno, a portarsi a casa il titolo di capocannoniere. Un gol negato — regolare, come confermeranno decenni dopo le ricostruzioni con la Var virtuale applicata alla memoria — che a conti fatti costò a Savoldi un pezzo di storia personale. Un dettaglio che lo stesso bomber, con l’ironia di chi ha vissuto il calcio come mestiere e come festa, avrebbe ricordato per sempre come «uno scherzo» pagato caro in classifica.
Il calcio senza il VAR
Quella domenica di gennaio l’Ascoli si giocava la salvezza, e Mazzone avrebbe poi raccontato ai giornali che il gesto di Citeroni, in fondo, aveva anche un merito civico: aveva dimostrato quanto la città amasse la propria squadra. Esagerava, Carletto, come sempre quando la retorica gli serviva a tenere unito lo spogliatoio — ma il campionato successivo Citeroni, promosso sul campo a raccattapalle di fiducia, passò a raccogliere palloni tra le due panchine, lontano dai pali. Gli arbitri, ormai, lo conoscevano e preferivano tenerlo a distanza: una domenica, colpevole di eccessive perdite di tempo, si beccò perfino un cartellino rosso, sanzione paradossale per chi in campo non avrebbe nemmeno dovuto avere un ruolo.
Oggi un episodio del genere è impensabile. Non solo per il Var, che avrebbe smascherato il tocco in tempo reale con un replay al rallentatore, ma perché la stessa figura del raccattapalle “di casa” è stata regolamentata fin nei centimetri: la Lega Serie A ha fissato posizioni precise per i palloni di riserva, disposti su appositi coni a distanza minima di due metri e mezzo dalle linee di fondo campo, sei da un lato e cinque dall’altro, proprio per evitare che i raccattapalle locali possano favorire la squadra di casa o interferire con il gioco. Un regolamento pensato per garantire equità, certo, ma che ha finito per svuotare del suo fascino più genuino un mestiere che per generazioni di ragazzini di provincia — senza il prezzo del biglietto, ma con la fila fatta all’alba davanti ai tornelli — era stato l’unico modo per stare a un metro dai propri idoli.
Citeroni stesso, ormai testimone di un’epoca sepolta, ha commentato con amarezza la progressiva sparizione di quella figura dai campi di Serie A, parlando di un pezzo di calcio che se ne va insieme ai sogni di generazioni di piccoli calciatori cresciuti, come lui, incollati alla rete. Un calcio vissuto — sono parole sue — con più goliardia, in cui perfino la moviola fuori dal campo sembrava un azzardo, e in cui la disposizione di un raccattapalle dietro la porta poteva ancora, per novanta minuti, cambiare il corso di una domenica.