Il Parma e le lacrime sul latte versato

Per poter raccontare a dovere questa incredibile storia, sappiate che la ricetta prevede:
INGREDIENTI: una provincia emiliana con l’ambizione di una capitale. Un’azienda del latte disposta a scommettere tutto. Un allenatore visionario, tre coppe europee, un Pallone d’Oro spedito a scaldare la panchina di Zola.
PROCEDIMENTO: mescolare per un decennio, portare a ebollizione una notte di maggio a Wembley, lasciare raffreddare lentamente sotto il peso di 14 miliardi di debiti nascosti.
RISULTATO: la storia più dolce — e più amara — mai raccontata dal calcio italiano. Questa è la storia del grande Parma: la squadra che il latte fece grande, e che quello stesso latte, alla fine, fece a pezzi.

Il prologo di una favola di Provincia

Tutto cominciò con un contratto, uno di quelli che cambiano il destino di una città. Era la fine della stagione 1986/87 quando il Parma Calcio, allora squadra di Serie B guidata dal presidente Ernesto Ceresini, firmò l’accordo di sponsorizzazione con la Parmalat, colosso alimentare della provincia emiliana. Nessuno, in quel momento, poteva immaginare cosa sarebbe successo di lì a poco.

La squadra, fino ad allora abituata a un mediocre pendolarismo tra Serie B, C e D, cambiò volto in fretta. Dopo la breve parentesi di Zdeněk Zeman e l’interregno di Giampiero Vitali, arrivò nel 1989 un giovane tecnico che aveva appena riportato la Reggina dalla C1 a un passo dalla Serie A: si chiamava Nevio Scala. Sarebbe rimasto il nome più legato a quella che i tifosi gialloblù avrebbero presto chiamato l’epoca d’oro.

La promozione arrivò il 27 maggio 1990, nel derby più sentito, quello con la Reggiana: 2-0, gol di Marco Osio e Sandro Melli. Anni dopo lo stesso Scala avrebbe ricordato quella giornata con parole semplici: “tutta la città era in Piazza Garibaldi, c’era una festa incredibile”.

27 giugno 1986: Ernesto Ceresini e Calisto Tanzi firmano l’accordo con il quale la Parmalat sponsorizza il Parma Calcio

La sponsorizzazione perfetta

Il grande stratega di marketing della famiglia Tanzi, Domenico Barili, aveva in testa un’idea precisa di cosa dovesse diventare quel legame tra squadra e azienda. La chiamava “sponsorizzazione perfetta”: il giorno in cui il patron della squadra coincide con il patron dell’azienda che ne porta il nome sul petto, sosteneva, il gioco è fatto. E in effetti molti telecronisti stranieri, negli anni a venire, avrebbero finito per chiamare la squadra semplicemente “Parmalat”.

Il debutto in Serie A, stagione 1990/91, fu tutt’altro che timido. Scala schierò un coraggioso 5-3-2 arricchito da innesti di livello internazionale: il portiere brasiliano Cláudio Taffarel, il libero belga Georges Grün, lo svedese Tomas Brolin. Il quinto posto finale valse la qualificazione alla Coppa UEFA. La provincia bussava già alle porte d’Europa.

Il Trofeo che cambiò tutto

Gli arrivi di Faustino “Tino” Asprilla e Fausto Pizzi regalarono fantasia e imprevedibilità a un reparto offensivo già solido, innestato su una difesa guidata da Luigi Apolloni e Lorenzo Minotti. E fu proprio nella stagione 1992/93 che il Parma conquistò il suo primo, storico trofeo nazionale: la Coppa Italia. Dopo aver eliminato Palermo, Fiorentina, Genoa e Sampdoria, i ducali si trovarono di fronte la Juventus guidata da Giovanni Trapattoni in una doppia finale che sembrava scritta per i bianconeri, avanti grazie a un rigore di Roberto Baggio al Delle Alpi. Ma al ritorno, davanti al proprio pubblico, il Parma ribaltò tutto con le reti di Melli e Osio.

Fu il punto di non ritorno, la trasformazione definitiva da realtà di provincia a squadra vincente di respiro europeo.

Wembley, la notte della consacrazione

La rete di Melli nella finale di Wembley

La cavalcata europea del 1992/93 fu un crescendo continuo: Ujpest, Boavista, Sparta Praga e Atlético Madrid caddero uno dopo l’altro, fino all’atto conclusivo del 12 maggio 1993, nel tempio di Wembley, contro i belgi dell’Anversa. Il Parma, capitanato da Minotti, si impose 3-1 grazie alle reti decisive di Melli e Stefano Cuoghi: la prima Coppa delle Coppe della sua storia.

Fu il trionfo di un progetto industriale trasformato in progetto sportivo, il coronamento del lavoro dell’affiatata triade dirigenziale composta da Giorgio Pedraneschi, Riccardo Sogliano (il ds dell’epoca) e lo stesso Scala. Una squadra di provincia, simpatica quanto vincente, era ormai di casa tra le grandi d’Europa.

Il biennio d’Oro

Le stagioni successive confermarono che non si era trattato di un fuoco di paglia. Nel 1993/94 arrivò la Supercoppa Europea, strappata al Milan di Fabio Capello, mentre in Coppa delle Coppe i ducali si fermarono solo in finale, contro l’Arsenal di Londra. L’anno seguente, il 1994/95, fu ancora più intenso: secondo posto in campionato, finale di Coppa Italia persa, ma soprattutto la vittoria della Coppa UEFA, conquistata proprio ai danni della Juventus di Marcello Lippi grazie ai gol di Dino Baggio in entrambe le sfide.

Nel frattempo, in campo erano arrivati altri campioni destinati a scrivere pagine importanti: Gianfranco Zola, prelevato dal Napoli, e uomini di sostanza come Roberto Sensini, Fernando Couto, Massimo Crippa e lo stesso Dino Baggio. Non era un gruppo di mercenari di passaggio: era una squadra che si riconosceva in un’identità precisa, fatta di corsa, tecnica e un pizzico di spavalderia emiliana. Il Parma collezionava trofei internazionali a un ritmo che nessuna provincia italiana aveva mai conosciuto prima, e a Collecchio, sede del quartier generale Parmalat, si iniziava a ragionare in grande: non più solo coppe, ma lo scudetto vero e proprio, l’unico trofeo che sarebbe rimasto, testardamente, fuori portata.

Se non basta un Pallone d’Oro

Stoichkov in azione contro Padova

Per completare il salto di qualità mancava un ultimo, decisivo tassello: un fuoriclasse capace di trascinare la squadra verso lo scudetto, sogno mai realmente sfiorato. Nell’estate 1995 arrivò dal Barcellona nientemeno che il Pallone d’Oro in carica, il bulgaro Hristo Stoichkov. Con lui debuttò in prima squadra anche un giovanissimo difensore destinato a una carriera leggendaria: Fabio Cannavaro.

Le attese, però, andarono deluse. Stoichkov faticò a integrarsi e finì per pestare i piedi a Zola; la stagione si chiuse senza trofei, la prima da quando i gialloblù erano tornati in Serie A. La famiglia Tanzi decise per una rivoluzione: fuori Scala, dentro Carlo Ancelotti, tecnico di casa. Sul mercato arrivarono Lilian Thuram, Enrico Chiesa, Hernán Crespo e un portierino di belle speranze, Gianluigi Buffon. Il secondo posto in campionato, a due punti dalla Juventus, valse l’ingresso in Champions League.

Ancelotti, Malesani e l’ultimo squillo

Il ciclo di Ancelotti si chiuse dopo un’annata anonima, complicata anche dal veto tecnico sull’acquisto di Roberto Baggio, fortemente voluto invece dalla proprietà. Al suo posto arrivò Alberto Malesani, tecnico dal carattere sopra le righe, mentre in campo sbarcarono Juan Sebastián Verón e Diego Fuser.

La stagione 1998/99 regalò l’ultimo, grande squillo europeo: quarto posto in campionato, ma doppio trionfo nelle coppe. In Coppa UEFA il Parma travolse il Marsiglia 3-0 nella finale di Mosca, con reti di Crespo, Chiesa e Paolo Vanoli; in Coppa Italia piegò la Fiorentina in una doppia finale decisa ancora da Crespo e Vanoli. Pochi mesi dopo, la Supercoppa Italiana vinta contro il Milan di Alberto Zaccheroni completò un tris che sembrava annunciare un nuovo ciclo vincente. Fu invece l’ultimo, vero acuto di quella generazione.

Il declino lento

Dalla stagione 1999/2000 iniziò un ridimensionamento progressivo, fatto di cessioni pesanti — Verón e Chiesa su tutte — e di un turnover di panchine sempre più frenetico: Malesani, Arrigo Sacchi richiamato per l’occasione, Renzo Ulivieri. Qualche sussulto arrivò comunque: un quarto posto Champions e una finale di Coppa Italia persa con la Fiorentina di Roberto Mancini.

La stagione 2001/02 fu l’anno horribilis: nonostante gli innesti di Sébastien Frey e Hidetoshi Nakata, il club cedette alla Juventus sia Buffon che Thuram, due colonne costruite in casa e vendute per fare cassa. La squadra scivolò fino al decimo posto tra tre allenatori diversi, incluso il breve e disastroso passaggio di Daniel Passarella, che collezionò cinque sconfitte in cinque partite prima di essere esonerato. Fu Gedeone Carmignani, tecnico del vivaio chiamato a raccogliere i cocci, a salvare la stagione e a regalare l’ultimo trofeo della storia gialloblù: un’insperata Coppa Italia conquistata ancora una volta contro la Juventus di Lippi, con reti di Nakata all’andata e di Junior al ritorno. Nessuno, in quel momento, poteva sapere che si trattava davvero dell’ultimo squillo.

Le lacrime sul latte versato

L’ultimo atto fu affidato a Cesare Prandelli e a un progetto giovani che avrebbe lanciato talenti come Adrian Mutu e Adriano. Ma sotto la superficie, i conti della società — e soprattutto quelli della casa madre — erano da tempo un cantiere di macerie. A fine 2003 il buco nei bilanci della Parmalat, mascherato per anni da falsificazioni contabili, esplose in tutta la sua dimensione: oltre 14 miliardi di euro, il più grande crac finanziario della storia europea, capace di travolgere decine di migliaia di piccoli risparmiatori.

Il 15 dicembre 2003 Calisto Tanzi lasciò la presidenza del gruppo con poche, sobrie parole: “Parmalat ha bisogno, in questo momento, di una svolta”. Pochi giorni dopo arrivarono l’arresto e il tracollo definitivo: un buco di bilancio nascosto per anni dietro operazioni fittizie e società offshore, che avrebbe portato negli anni successivi a processi lunghissimi e a condanne pesanti per lo stesso fondatore. Le dimissioni del giovane Stefano Tanzi dalla presidenza del club, nel gennaio 2004, chiusero simbolicamente un’epoca irripetibile: quella di una piccola società di provincia che, per un decennio, aveva osato sognare in grande e c’era quasi riuscita davvero.


Autore: Storie di Calcio