Renato Curi: morte nel pomeriggio

Pioveva, quel pomeriggio a Perugia. Pioveva su un campo già pesante, su una città che in quell’autunno del 1977 si stava scoprendo grande nel calcio, su ventidue uomini che rincorrevano un pallone senza sapere che stavano per entrare, loro malgrado, in una delle pagine più buie dello sport italiano. Pioveva sulle tribune gremite di Pian di Massiano, sull’odore di erba bagnata, su un pubblico convinto di assistere soltanto a una domenica di calcio come tante altre.

Un pomeriggio di pioggia a Pian di Massiano

Domenica 30 ottobre 1977. Allo stadio comunale di Pian di Massiano va in scena Perugia-Juventus, e non è una partita qualunque. Gli umbri di Ilario Castagner, dopo appena cinque giornate, occupano il primo posto in classifica a pari merito con i bianconeri e con il Milan: un piccolo miracolo di provincia, costruito su un calcio corale in cui tutti corrono e nessuno si risparmia. In mezzo al campo, a dirigere il traffico, ci sono due centrocampisti agli antipodi per fisico e per storia: Renato Curi, un metro e sessantacinque di regia pura, e Franco Vannini, la mezz’ala più alta del torneo. Sono loro, insieme al talento sulla fascia di Walter Novellino, il cuore di quella squadra sorprendente.

Il Perugia è, in fondo, una realtà nuova: matricola in Serie A da appena due stagioni, costruita pazientemente dal presidente Franco D’Attoma e affidata a un allenatore poco più che trentenne. Eppure quel gruppo di ragazzi, quasi tutti esordienti nella massima serie, ha già imparato a giocarsela alla pari con le grandi. Gli spalti di Pian di Massiano, fradici di pioggia, sono pieni di una città che ha scoperto tardi, ma con entusiasmo intatto, la passione per il proprio calcio.

La pioggia batte incessante sul terreno, e il gioco si fa una battaglia di fango e polmoni. Nel primo tempo Curi si scontra con Franco Causio e accusa un piccolo infortunio, ma rientra comunque nella ripresa, tra i migliori in campo per come continua a dettare i tempi della manovra. Nessuno, in quel momento, immagina cosa stia per accadere.

Il crollo

Sono passati appena cinque minuti della ripresa quando Curi si accascia improvvisamente al suolo, senza un contrasto, senza un urto. Attorno a lui si radunano increduli tre juventini, Romeo Benetti, Roberto Bettega e Gaetano Scirea: il loro gesticolare disperato è il primo segnale, per chi guarda dagli spalti, che qualcosa di terribile sta succedendo. L’arbitro Menegalli ferma il gioco. Arriva la barella, i medici del Perugia praticano massaggio cardiaco e respirazione bocca a bocca, poi due iniezioni: nulla funziona. Curi, ormai paonazzo, viene caricato su un’ambulanza e portato al Policlinico, mentre la partita, tra compagni e avversari ancora ignari della gravità di quanto accaduto, riprende fino al triplice fischio finale. È un pareggio a reti bianche che nessuno, quel giorno, ricorderà mai per il risultato.

Sugli spalti, intanto, si diffonde una voce ovattata e contraddittoria: qualcuno pensa a un semplice infortunio, altri intuiscono già dal silenzio dei giocatori che si tratta di ben altro. Il pubblico applaude comunque, come da consuetudine, al momento in cui la barella lascia il terreno di gioco, ignaro di stare salutando per l’ultima volta il proprio centrocampista.

Alle 16:30, esattamente nell’istante in cui l’arbitro chiude la gara, i medici dichiarano ufficialmente la morte di Renato Curi. Ha ventiquattro anni.

«Il centrocampista Curi del Perugia è morto»

La notizia arriva agli italiani in un modo che nessuno dimenticherà. Nello studio di Tutto il calcio minuto per minuto, il radiocronista Sandro Ciotti chiede la linea al collega Enrico Ameri: “Scusa Ameri, qui a Perugia…”. Ameri, pensando a una delle solite interviste a caldo, risponde “Ho già capito tutto, Ciotti, e ti passo la linea”. Ma quello che segue non è un’intervista. È l’annuncio più agghiacciante mai dato in diretta da un campo di calcio italiano: “Il centrocampista Curi del Perugia è morto”. Una curiosità che il tempo renderà ancora più amara: tredici anni più tardi sarà proprio Ciotti, alla Domenica Sportiva, ad annunciare agli italiani anche la morte di Gaetano Scirea — lo stesso difensore che quel pomeriggio si era chinato su Curi in cerca di aiuto.

Un cuore matto

Perugia-Juventus stagione 1975/76. La rete di Curi

Chi era, in realtà, questo ragazzo così poco appariscente da sembrare quasi invisibile, se non fosse stato per la classe con cui gestiva il pallone? Nato a Montefiore dell’Aso, in provincia di Ascoli Piceno, il 20 settembre 1953, Curi si era trasferito da bambino in Abruzzo al seguito del padre. Cresciuto nel Giulianova, aveva esordito giovanissimo in Serie D, guadagnandosi a soli diciassette anni un posto da titolare. Passato al Como, dove debuttò in Serie B il 9 dicembre 1973, approdò infine al Perugia nella stagione 1974-75, contribuendo subito alla promozione in Serie A. Esordì nella massima serie il 5 ottobre 1975 contro il Milan, segnò il suo primo gol contro il Torino nel febbraio 1976 e, il 16 maggio dello stesso anno, firmò contro la Juventus la rete che di fatto regalò lo scudetto proprio ai granata. In totale, ottantuno presenze e sette gol con la maglia biancorossa: numeri modesti per la storia, ma sufficienti a farne uno dei simboli di quel Perugia che stava stupendo l’Italia.

Chi lo aveva visto giocare lo ricordava come un motorino instancabile, capace di ricoprire ogni metro del centrocampo senza mai sembrare stanco: un “trottolino” dai piedi buoni e dal cuore grande, secondo la definizione che gli affibbiò più tardi un cronista che lo aveva ammirato da vicino. Non un fuoriclasse nel senso pieno del termine, forse, ma un calciatore vero, di quelli costruiti anno dopo anno con applicazione e serietà, e non regalati dal talento puro.

Del suo cuore, Curi parlava con la leggerezza di chi non immagina la fine. In un’intervista aveva raccontato: “Non so dire come mai corro tanto. Ho polmoni come gli altri, una certa vocazione per la corsa, da ragazzo ero buon mezzofondista. E poi ho un cuore matto, capriccioso. Dicevano che ero malato, pensate un po’. Però è un cuore di atleta, si assesta appena compio degli sforzi. Come capitava a Bitossi, il campione ciclista che chiamavano appunto Cuore matto”. Un’anomalia nota fin dai tempi del Centro Tecnico di Coverciano, dove lo avevano mandato a controllare i battiti irregolari. Nessuno, però, gliela impedì mai.

Le domande, il processo

Nei giorni successivi, la commozione lasciò presto spazio alle domande. Perché nessuno aveva fermato un ragazzo che ammetteva, scherzandoci sopra, di avere il cuore malato? Perché lo si era fatto rientrare in campo dopo l’infortunio con Causio, quando la sua tenuta fisica era già in dubbio? L’autopsia, firmata dal professor Severi, tolse ogni margine di dubbio sulla causa: “È stata trovata una malattia cronica del cuore capace di dare morte improvvisa”. Finirono sotto processo il medico sociale del Perugia e quello del Centro Tecnico di Coverciano, gli unici due professionisti che negli anni avevano avuto modo di visitare Curi.

La vicenda giudiziaria si trascinò per anni, tra perizie e controperizie chiamate a stabilire se quell’anomalia cardiaca, nota fin dai tempi di Coverciano, avrebbe dovuto bastare a chiudere per sempre la carriera di Curi. Il primo grado si chiuse con un’assoluzione, l’appello con una lieve condanna, un anno con la condizionale. Il pubblico ministero, nella sua arringa, pronunciò una frase che restò scolpita più di ogni sentenza: “Quando un giocatore entra in una squadra professionistica, diventa solo un numero per tecnici, medici, dirigenti”. Il portiere Lamberto Boranga, compagno di squadra e medico egli stesso, offrì una lettura diversa: forse Curi conosceva perfettamente il rischio che correva, ma non avrebbe mai rinunciato al calcio per questo.

Un nome che resta

Un mese dopo la tragedia, il 27 novembre 1977, prima della gara interna con il Torino, lo stadio di Pian di Massiano cambiò per sempre nome: divenne, e resta tuttora, lo stadio Renato Curi. Anche una squadra dilettantistica abruzzese, la Renato Curi Angolana di Città Sant’Angelo, porta ancora oggi il suo nome, un omaggio dalle parti in cui era cresciuto. Curi riposa nel cimitero di San Silvestro, a Pescara.

Gli imbattibili, con lo sguardo al cielo

Il Perugia non si fermò. Nella primavera del 1978 conquistò a sorpresa la Coppa Intertoto, chiudendo imbattuto un girone che comprendeva squadre belghe, francesi e tedesche: un piccolo trofeo, quasi uno sconosciuto ai più, ma il preambolo di qualcosa di più grande. Fu infatti proprio negli anni immediatamente successivi alla morte di Curi che gli umbri vissero la stagione più incredibile della loro storia. Nel campionato 1978-79, sotto la guida sempre di Ilario Castagner, gli umbri furono la prima squadra nella storia della Serie A a girone unico a chiudere un intero campionato senza sconfitte: undici vittorie, diciannove pareggi, secondo posto alle spalle del Milan scudettato per soli tre punti. Un’impresa costruita da un gruppo quasi interamente cresciuto insieme, con Franco Vannini — proprio lui, l’ex compagno di reparto di Curi — protagonista fino a un infortunio che gli spezzò la carriera. All’ultima giornata, sul campo del Bologna, bastò un 2-2 per certificare l’imbattibilità: i giocatori del Perugia festeggiarono con lo sguardo rivolto al cielo, un pensiero implicito per il compagno che quella cavalcata avrebbe voluto vivere fino in fondo.


Autore: Storie di Calcio