Gaetano Scirea: il primo della classe

Il Fiat 125 lascia la Polonia poco dopo mezzogiorno, diretto verso l’aeroporto di Varsavia. Ad accompagnare Gaetano Scirea in quei giorni polacchi sono due dirigenti del Górnik Zabrze e un’interprete, che gli ha tradotto ogni dettaglio della partita vista il giorno prima a Łódź: appunti, numeri di maglia, qualche nota sul portiere avversario. È la prima vera missione del suo nuovo mestiere, quello di vice di Dino Zoff sulla panchina della Juventus, e la prende sul serio come ha sempre preso sul serio ogni cosa.

Il volo per Milano è nel primo pomeriggio. A Torino lo aspettano Mariella e il figlio Riccardo, e una cena già organizzata con gli amici di sempre. Scirea guarda l’orologio, pensa al campionato appena iniziato, alla sua Juventus che quel pomeriggio gioca a Verona. Non ha fretta, eppure sente il bisogno di tornare a casa. Non può saperlo, ma quella strada non lo riporterà più né a Torino né da nessun’altra parte.

Cernusco sul Naviglio

Venne al mondo il 25 maggio 1953, a Cernusco sul Naviglio, allora un paese ai margini di Milano che viveva ancora di campi e di piccole fabbriche. Crebbe in una famiglia semplice, con il fratello Paolo come primo compagno di giochi e, più avanti, come guida nei momenti che contavano davvero.

Fu proprio Paolo ad accompagnarlo il giorno del suo primo allenamento in bianconero, al vecchio campo Combi di Torino: girarono tre volte intorno allo stadio prima di trovare il coraggio di entrare, storditi da tutti quei campioni che si allenavano a pochi metri da loro. Un ragazzo di ventuno anni, arrivato da una città che di calcio ne sapeva parecchio ma che non aveva mai respirato un’aria così.

Gli anni dell’Atalanta

Prima di Torino, però, c’era stata Bergamo. All’Atalanta Scirea arrivò giovanissimo e per anni giocò a centrocampo, incantando per la naturale eleganza del tocco. Univa già allora due qualità che sembravano inconciliabili: la copertura inesorabile sull’uomo in possesso di palla e la capacità di rovesciare il fronte del gioco con un solo lancio.

Debuttò in Serie A il 24 settembre 1972, in Cagliari–Atalanta, 0-0, a diciannove anni. I suoi maestri furono Titta Rota, burbero e generoso, e Ilario Castagner, al suo apprendistato da allenatore. Il tecnico della prima squadra, Corsini, lo impiegò appena venti volte: l’Atalanta retrocesse comunque in Serie B.

A Bergamo arrivò allora Heriberto Herrera, tecnico paraguaiano di scuola rigida e poco incline alle concessioni. Eppure anche lui si arrese al talento del ragazzo, che arrivò a totalizzare trentotto presenze consecutive, spostato ormai in un ruolo nuovo: un libero capace di impostare l’azione, non solo di distruggerla.

L’arrivo a Torino

La Juventus aveva da tempo messo gli occhi su di lui. Fu lo stesso presidente dell’Atalanta, Achille Bortolotti, a chiudere la trattativa nell’estate del 1974, rivolgendosi al collega bianconero Giampiero Boniperti con una frase rimasta quasi come una garanzia personale: “Questo ragazzo te lo porto io personalmente a Torino.”

In difesa, i bianconeri avevano un pilastro come Sandro Salvadore, trentaquattro anni e un palmarès da leggenda. Boniperti, per fare spazio al nuovo arrivato, gli diede la lista gratuita. L’allenatore Carlo Parola, prudente per natura, affidò inizialmente la maglia da titolare a Roberto Spinosi. Bastarono una sconfitta d’avvio a Bologna e un infortunio dello stesso Spinosi perché Scirea si prendesse quel posto, per non lasciarlo più.

Fu anche l’inizio della sua vita a Torino in ogni altro senso. Nella stessa pensione dove si era sistemato da poco arrivato, conobbe Mariella, che lavorava in una struttura sanitaria della città. Un anno e mezzo dopo erano già marito e moglie: un legame che sarebbe durato il resto della sua vita, costruito lontano dai riflettori quanto quello costruito dentro al campo.

Nacque così un reparto difensivo destinato a fare epoca: Zoff in porta, Francesco Morini stopper, Scirea libero, Claudio Gentile e Gaetano Cuccureddu sulle fasce, Francesco Furino a filtrare in mezzo. Arrivò subito lo scudetto, costruito soprattutto su un’imbattibilità difensiva quasi insolente.

Il libero di Trapattoni

Dopo un campionato di transizione, la panchina passò a Giovanni Trapattoni, l’allenatore con cui Scirea avrebbe fatto incetta di trofei per un decennio. Arrivarono i giovani Marco Tardelli e Antonio Cabrini, arrivò un centravanti d’esperienza come Roberto Boninsegna, e la Juventus vinse subito campionato e Coppa Uefa.

Trapattoni perfezionò un meccanismo quasi perfetto: l’avanzata improvvisa di Scirea, coperta dall’arretramento disciplinato di Furino. Chi lo vide giocare per anni non esitò a paragonarlo ai più grandi liberi della storia: più solido di Franz Beckenbauer nelle letture difensive, più incisivo di Franco Baresi nelle proiezioni offensive. Con lui, un ruolo spesso relegato al mestiere della distruzione acquistò una dignità nuova.

Cambiavano i compagni di reparto, da Morini a Sergio Brio, cambiava il volto della squadra — dalla Juventus operaia degli anni Settanta a quella delle grandi stelle straniere, Liam Brady, Zbigniew Boniek, Michel Platini — ma il punto fermo restava sempre lui: un regista difensivo capace di dettare i tempi della manovra e di richiamare i compagni all’ordine senza mai alzare la voce.

Tre Mondiali in azzurro

In nazionale il suo percorso fu più lento. Il ct Fulvio Bernardini cercava centrali dominanti nel gioco aereo, e per un anno Scirea rimase all’ombra del grande Giacinto Facchetti, nonostante il debutto in azzurro risalisse già al 30 dicembre 1975.

Fu con Enzo Bearzot che Scirea divenne un pilastro della difesa italiana, protagonista di tre Mondiali consecutivi: l’Argentina del 1978, la rivelazione; la Spagna del 1982, la consacrazione; il Messico del 1986, l’addio. Nella finale di Madrid contro la Germania Ovest, fu lui a gestire con calma assoluta il pallone del contropiede prima di servirlo a Tardelli, autore del gol del due a zero e di un’esultanza rimasta nella memoria di tutti.

Il ruolo che Scirea interpretava aveva un nome relativamente giovane nel vocabolario del calcio italiano: “libero”, coniato pochi anni prima dal giornalista Gianni Brera per descrivere un difensore sciolto da marcature fisse, libero appunto di leggere la partita e di impostarla. Nessuno, forse, riuscì a dargli un significato più compiuto di lui.

Quattro anni più tardi, in Messico, toccò a lui stringere la mano di Diego Armando Maradona prima del match che avrebbe eliminato l’Italia campione del mondo in carica. Non era più il centrale emergente del 1978: era il capitano, il punto di riferimento silenzioso di uno spogliatoio che stava cambiando pelle.

Il gentiluomo

C’è un paradosso nella memoria collettiva legata a Scirea: le sue qualità umane, raccontate e celebrate per decenni, hanno finito per mettere in ombra quelle tecniche. Si parla sempre del professionista esemplare, del compagno ideale, dell’uomo che non alzava mai la voce, e si rischia di dimenticare che fu, nel suo ruolo, semplicemente tra i più forti di sempre. Anche questo, in fondo, fa parte della sua storia: essere stato così grande da uomo da far passare in secondo piano quanto fosse grande da calciatore.

Negli anni della maturità, già affermato e vincente, Scirea tornò anche sui banchi di scuola: a trentaquattro anni conseguì il diploma magistrale, quasi a voler dimostrare a se stesso, prima ancora che agli altri, che la sua curiosità non si era mai fermata al rettangolo verde.

Fuori dal campo, Scirea era un uomo riservato, quasi schivo, che con gli anni aveva imparato a sdrammatizzare anche se stesso. La moglie Mariella, estroversa quanto lui era discreto, lo ricordava come un marito ironico, capace di illuminare la casa con battute improvvise e inattese.

In campo, la sua correttezza era proverbiale: in una carriera lunghissima non fu mai espulso né squalificato, un primato quasi incredibile per un difensore. Durante una rissa scoppiata a centrocampo in un Fiorentina–Juventus, bastò il suo intervento a calmare gli animi: richiamò i compagni al rispetto dovuto alle famiglie e ai tifosi che stavano assistendo dagli spalti, e la tensione si sciolse all’istante. Anni dopo, Giovanni Trapattoni lo avrebbe descritto con un’immagine rimasta celebre: “Un leader, con indosso il saio.”

Il ritiro e la nuova vita

Chiuse la carriera nel 1988, dopo aver accompagnato per un’ultima stagione il suo giovane erede, Tricella, nato nel suo stesso paese. Un bilancio da capogiro: 397 partite in Serie A, 148 consecutive tra il 1981 e il 1985, 87 gare nelle coppe europee, cinque finali internazionali vinte, sette scudetti e due Coppe Italia.

Smise di giocare, non di lavorare per la Juventus. Prese il patentino a Coverciano e, nell’estate del 1988, accettò il ruolo di allenatore in seconda al fianco dell’amico di sempre, Dino Zoff. Una nuova vita era appena cominciata.

Babsk, 3 settembre 1989

Quella domenica di settembre, la Juventus vinse 4-1 a Verona. Sull’autobus del ritorno, nessuno sapeva ancora cosa fosse accaduto poche ore prima, sulla strada che da Varsavia conduce verso Łódź, nei pressi del paese di Babsk.

Il Fiat 125 su cui viaggiava Scirea, insieme a due dirigenti del Górnik Zabrze, si scontrò con un furgone. L’auto prese fuoco. Nessuno dei tre a bordo sopravvisse.

Fu Sandro Ciotti, in diretta alla Domenica Sportiva, a interrompere il programma per dare la notizia. A Torino, Dino Zoff strinse tra le braccia Mariella e le disse che l’uomo della sua vita non sarebbe tornato.

Ai funerali, le strade di Torino si riempirono di circa quindicimila persone. Dino Zoff, che con Scirea aveva condiviso tutto, lo ricordò con parole semplici: “Scirea era il mio fuoriclasse in tutto.”

Quello che resta

Nel 2011 Gaetano Scirea è entrato nella Hall of Fame del calcio italiano. Lo Juventus Museum gli ha dedicato una mostra, e a Cinisello Balsamo, nella scuola calcio della Serenissima dove tutto era cominciato, un torneo giovanile porta ancora il suo nome.

Il modo in cui seppe interpretare un ruolo che prima di lui non aveva mai avuto una simile dignità — un libero capace di leggere la partita da dentro il campo, di comandare senza alzare la voce, di vincere tutto restando, sempre, un gentiluomo — è l’eredità più vera che Gaetano Scirea ha lasciato al calcio italiano.


Autore: Storie di Calcio