Brasile-Italia, sfida all’Azteca

Mezzogiorno spaccato, 21 giugno 1970. Il sole picchia già forte sull’altopiano messicano quando l’arbitro tedesco-orientale Rudi Glöckner porta l’orologio al polso e si prepara a fischiare l’inizio. Allo Stadio Azteca si sono stipate oltre 107.000 persone, in gran parte messicane, e tutte — o quasi — tifano per il “fratello” sudamericano. Sugli spalti non c’è una bandiera italiana che non venga sommersa da un mare di giallo e verde. È la finale della nona Coppa del Mondo, l’ultima a chiamarsi Jules Rimet, e in palio non c’è soltanto un trofeo: c’è la sua proprietà definitiva, promessa da regolamento a chi l’avesse alzata per la terza volta.

La notte insonne di Valcareggi

Tre giorni. Solo tre giorni erano passati dal 4-3 sulla Germania Ovest, la sfida che i posteri avrebbero ribattezzato “la partita del secolo” e che aveva prosciugato ogni riserva fisica e nervosa degli azzurri. Ferruccio Valcareggi, il commissario tecnico, portava addosso quella stanchezza più dei suoi giocatori: sapeva che una squadra reduce da 120 minuti di supplicio all’altitudine di Città del Messico non poteva presentarsi intatta a un secondo appuntamento con la storia nel giro di settantadue ore.

Ferruccio Valcareggi

Eppure non toccò quasi nulla. La formazione che si era guadagnata la finale — Albertosi in porta, Burgnich e Facchetti terzini, Cera libero, Rosato e Bertini a completare la diga difensiva, Domenghini e De Sisti a rifinire, Mazzola e Boninsegna a far coppia con Riva — restò la stessa. Il vero cruccio si chiamava staffetta: nelle ultime partite Mazzola aveva giocato il primo tempo e Rivera il secondo, un compromesso nato per tenere insieme due fuoriclasse che la critica italiana continuava a dividere in fazioni contrapposte. Contro la Germania quel meccanismo si era inceppato: l’ingresso di Rivera aveva coinciso, paradossalmente, con la riscossa tedesca. Valcareggi lo sapeva, e proprio per questo, alla vigilia della finale più importante della sua carriera, decise di non decidere: avrebbe visto come andava, e poi avrebbe scelto a partita in corso.

Zagallo non aveva pensieri

Dall’altra parte dello spogliatoio regnava una serenità quasi indecente. Mário Zagallo, il tecnico brasiliano, poteva contare su una macchina da gioco che in tutto il torneo aveva segnato meno di tre reti a partita una sola volta, contro l’Inghilterra. La formazione era ormai un dogma recitato a memoria da qualunque appassionato: Félix in porta; Carlos Alberto, Brito, Piazza ed Everaldo in difesa; Clodoaldo e Gérson a dettare i tempi; Jairzinho, Tostão e Rivelino a rifinire; e in mezzo a tutti loro, libero da ogni schema, Pelé.

A ventinove anni, al suo quarto Mondiale, Pelé non era più il ragazzo prodigio della Svezia 1958. Era diventato qualcosa di diverso: un catalizzatore, capace di far rendere al meglio compagni di talento smisurato semplicemente stando al posto giusto. Valcareggi aveva studiato un piano di marcature a uomo cucito apposta per contenerlo — Bertini su di lui, con Burgnich e Rosato pronti a scambiarsi Rivelino e Tostão a seconda di dove si spostasse il numero 10 — ma marcare Pelé, come si sarebbe scoperto nel giro di diciotto minuti, era un esercizio quasi teorico.

Un colpo di testa che sembrò sospeso nell’aria

Il match si aprì con l’Italia sorprendentemente ordinata. Gli azzurri non concedevano campo, non concedevano tempo, e per un quarto d’ora il Brasile faticò a costruire la consueta trama di triangolazioni. Poi, al 18′, Rivelino pescò un cross tagliato dalla sinistra e Pelé si staccò da terra con un’elevazione che ancora oggi viene raccontata come un prodigio fisico prima ancora che tecnico: superò di mezzo metro un saltatore fisico come Burgnich e incornò imprendibile per Albertosi. Fu lo stesso Burgnich, anni dopo, a raccontare con un candore che è passato alla storia del calcio:

“Dissi a me stesso, prima della partita, che era di pelle e ossa come tutti gli altri: evidentemente mi sbagliavo.”

L’Italia, però, non si sgretolò. Al 37′ un disimpegno sbagliato di Everaldo regalò palla a Boninsegna, che bruciò sul tempo lo stesso Riva e infilò un rasoterra angolato fuori dalla portata di Félix. Uno a uno all’intervallo, e per quarantacinque minuti l’Azteca aveva visto una finale vera, non la formalità che molti pronosticavano.

La staffetta mancata

Nell’intervallo più lungo della storia recente del calcio italiano, i tifosi in patria si aspettavano di veder tornare in campo Rivera al posto di Mazzola. Non accadde. Valcareggi, forse intimorito dall’idea di rompere un equilibrio che stava reggendo, lasciò tutto invariato. Mazzola continuò a coprire con la sua corsa, e per un altro quarto d’ora la partita restò in bilico.

Ma la fatica accumulata contro i tedeschi, sopita dall’adrenalina del primo tempo, tornò a farsi sentire nei muscoli proprio quando il Brasile alzò il ritmo. Al 66′ Gérson approfittò di uno spazio concesso a centrocampo e lasciò partire un sinistro dalla distanza che si infilò alle spalle di Albertosi: 2-1. Cinque minuti più tardi, al 71′, fu Jairzinho — l’unico giocatore nella storia a segnare in ogni singola partita di un Mondiale vinto — a chiudere in area su assist dello stesso Gérson: 3-1. La resistenza azzurra, tenuta in piedi per un’ora da pura volontà, si era esaurita.

Sei minuti

Fu in quei minuti, con la partita ormai indirizzata, che si consumò il piccolo dramma parallelo della serata: Rivera, seduto in panchina, non veniva chiamato. Solo al 84′, a sei minuti dalla fine, dopo che già Juliano aveva rilevato un Bertini stremato, Valcareggi si accorse di avere ancora il suo asso nella manica e lo gettò nella mischia al posto di Boninsegna. Fu in tempo solo per assistere, da spettatore in campo, al quarto gol brasiliano: al minuto 86 Carlos Alberto chiuse un’azione corale — nata da un tocco di prima di Pelé che lo aveva servito al limite dell’area senza nemmeno guardarlo — con un destro potentissimo sul primo palo. Un gol che il filosofo Eric Cantona avrebbe definito, decenni dopo, indistinguibile dalla poesia. Sei minuti dopo essere entrato, Rivera si ritrovò addosso l’etichetta di simbolo di una sconfitta che, oggettivamente, non gli apparteneva affatto.

Il Re, la terza Coppa e un Paese inferocito

Finì 4-1. Pelé sollevò per la terza volta in carriera la Coppa Rimet, che il Brasile si aggiudicava così in proprietà definitiva. Per Zagallo fu il terzo trionfo personale, due da calciatore e uno da allenatore: nessuno avrebbe fatto meglio per decenni. Sugli spalti dell’Azteca esplose una festa che sembrava appartenere all’intero continente sudamericano, non solo al Brasile.

In Italia, la sconfitta non venne digerita con lo stesso spirito sportivo che aveva animato l’Azteca. I reduci dal secondo posto — pur usciti da un torneo straordinario, culminato in quella semifinale contro la Germania che resta ancora oggi un riferimento assoluto — furono accolti all’aeroporto di Fiumicino da una folla così ostile da costringerli a rifugiarsi negli hangar. L’unico a essere accolto da trionfatore, paradossalmente, fu proprio Rivera: la sua vittima designata dal grande pubblico si era già consumata, ed erano rimasti solo sei minuti in campo per intenerire un intero Paese.

Restano, di quel pomeriggio all’Azteca, la statistica fredda — 4-1, terza Coppa Rimet vinta e conquistata per sempre — e un’immagine che il tempo non ha scalfito: quella di Pelé e Burgnich, avversari acerrimi per novanta minuti, che si scambiano le maglie a fine partita, l’uno convinto di aver marcato un uomo come tutti gli altri, l’altro sapendo perfettamente di non esserlo mai stato.


Autore: Storie di Calcio