Claudio Borghi in Italia, il Picasso venduto al ribasso

Tokyo, 8 dicembre 1985. In Italia sono le quattro del mattino e i tifosi della Juventus si sono svegliati apposta, radunati davanti alla tv per un evento che Canale 5 trasmette solo in Lombardia. Sul terreno dello Stadio Nazionale, la squadra di Giovanni Trapattoni, fresca vincitrice della Coppa dei Campioni, si trova di fronte un ostacolo inatteso: un ragazzo di ventun anni, capelli corvini e un sinistro quasi inutilizzabile che lo costringe a inventarsi la rabona per crossare. Si chiama Claudio Borghi e gioca nell’Argentinos Juniors, la squadra di Buenos Aires che ha appena raccolto l’eredità di Diego Maradona vincendo la Copa Libertadores.

Il ragazzo che sfidò la Juventus

Per la Juventus, reduce dal trauma dell’Heysel, quella finale vale anche come un piccolo risarcimento morale davanti al mondo. Ma nessuno si aspetta la resistenza che arriva da Buenos Aires: intorno a Borghi orbitano compagni tutt’altro che comparse, da Jorge Alguín, già campione del mondo nel 1978, a Sergio Batista, che l’anno successivo alzerà la Coppa del Mondo accanto a Maradona. Ma è lui, il più giovane, a rubare la scena.

Quella sera Borghi gioca la partita della vita. Semine di dribbling, tocchi impossibili, un’insolenza tecnica che fa perdere la testa a Michel Platini, eletto migliore in campo ma pronto a togliersi il cappello davanti al ragazzo argentino: “il Picasso del calcio”, lo definirà il giorno dopo. La finale si trascina fino ai calci di rigore dopo un equilibratissimo 2-2, con Stefano Tacconi che para due tiri e regala ai bianconeri il 4-2 finale. La Juventus alza la Coppa Intercontinentale, ma a Tokyo, quella notte, nasce anche un mito mancato.

Borghi non è un fenomeno improvvisato. Con l’Argentinos ha già vinto due campionati argentini e una Coppa Interamericana, oltre alla Libertadores conquistata proprio quell’anno ai rigori contro i colombiani dell’América de Cali. L’anno dopo solleverà pure la Coppa del Mondo con l’Argentina, sia pure da comprimario dietro Maradona, con due sole presenze parziali nel girone iniziale: un dettaglio che pesa poco nel suo palmarès personale, ma che basta a fregiarlo per sempre del titolo di campione del mondo. Il suo compagno di squadra Fernando Redondo, che di lì a poco diventerà uno dei più eleganti centrocampisti d’Europa, sintetizzerà così il suo talento: “il pallone per lui era la naturale appendice delle gambe”.

Il colpo di Berlusconi

Il trio “impossibile”: Gullit, Borghi e Van Basten al Mundialito

Tra gli spettatori più affascinati da quella sfida c’è Silvio Berlusconi, da poche settimane presidente del Milan. Se ne innamora perdutamente e nella primavera del 1986 lo strappa alla concorrenza — Sampdoria, Servette e persino la stessa Juventus, che avrebbe voluto puntarci per l’imminente dopo-Platini — pagandolo oltre tre miliardi di lire. Borghi arriva a Milano nell’estate del 1987, ma trova la porta già sbarrata: i due posti da straniero sono occupati da Ruud Gullit e Marco van Basten.

Nonostante la breve esperienza rossonera, Borghi stringe a Milanello legami che dureranno una vita intera: il più solido è quello con Filippo Galli, tanto che qualche anno dopo chiamerà il proprio secondo figlio proprio Filippo. Nel 1987 sposa Mariana Pagnucco, e sarà l’unico souvenir davvero stabile di quella parentesi italiana così breve e travagliata.

A sentire lui, gli era stata fatta una promessa: “se giochi bene il Mundialito, rimani”. E Borghi il Mundialito lo gioca da protagonista assoluto: presente in tutte e quattro le partite, un gol il 21 giugno 1987 nel 2-0 al Porto. Il Milan di Fabio Capello vince il torneo, lui viene premiato come miglior giocatore, si illude che la promessa verrà mantenuta.

Ma quell’estate al Milan sbarca anche Arrigo Sacchi, il trio olandese diventa intoccabile e blindato da uno scudetto ancora da vincere, e per Borghi non resta che fare le valigie verso il Como, presunta tappa di passaggio per farsi le ossa e tornare più maturo.

L’anticalcio di Como

Il Como, allenato da Aldo Agroppi, filosofia calcistica agli antipodi rispetto al fùtbol-arte sudamericano, naviga verso la retrocessione: in una squadra costruita sulla fatica e sul sacrificio, un funambolo come Borghi, per giunta insidiato dal gioiellino locale Notaristefano, risulta subito un lusso fuori contesto. Il 20 settembre 1987, nella sconfitta interna con l’Inter (1-2), regala un primo tempo superbo, impreziosito da una rabona da manuale.

Dopo tre partite da titolare viene messo in naftalina: solo altri quattro spezzoni fino a fine stagione, mentre in panchina, di lì a poco, arriverà anche Tarcisio Burgnich. “A Como non ebbi fortuna, mi toccarono Agroppi e Burgnich: l’anticalcio”, dirà anni dopo, senza troppi giri di parole.

Borghi con la maglia del Como affronta il pescarese Gasperini

L’addio al Vecchio Continente

Il Como si salva comunque, e l’apertura al terzo straniero riapre uno spiraglio. Ma è proprio lì che si consuma lo scontro decisivo: Sacchi vuole Frank Rijkaard per completare il trio orange, Berlusconi resta convinto che Borghi sia un fuoriclasse, e le amichevoli di fine stagione contro Real Madrid e Manchester United — disputate discretamente — sembrano dargli ragione. All’argentino, del resto, il rigido tatticismo di Sacchi non era mai andato giù: “che senso ha correre per chilometri, se il campo è lungo cento metri?”, gli aveva sbottato in faccia durante una delle interminabili sedute di allenamento a Milanello.

Ma il presidente, con pragmatismo, cede al proprio allenatore fresco di scudetto. “Con Capello mi sarei potuto esprimere meglio: mi parlava tanto, credeva in me”, dirà Borghi anni dopo, rimpiangendo l’allenatore che lo aveva coccolato al Mundialito. Sfumata anche la pista Roma, riparte per la Svizzera, ingaggiato dal Neuchâtel Xamax: una parentesi brevissima, che si chiude quasi subito con il ritorno in Argentina, al River Plate, dove a fine stagione diventa proprietario del proprio cartellino, ultimo regalo del vecchio ammiratore Berlusconi.

Il legame con il calcio italiano ed europeo, a soli ventiquattro anni, si spezza per sempre. Sacchi, con Rijkaard al fianco degli olandesi, vincerà tutto in Europa e nel mondo: una scelta di cui, con il senno di poi, lo stesso Borghi riconoscerà la lungimiranza.

Il resto, in breve

Da lì in avanti la carriera di Borghi diventa un lungo girotondo sudamericano — Flamengo, Independiente, Huracán, un idolatrato Colo-Colo in Cile — fino al ritiro nel 1998 per un infortunio al ginocchio. Da allenatore troverà persino più fortuna che da calciatore, vincendo titoli in Cile e in Argentina e guidando Boca Juniors e la Nazionale cilena: ma quella, semmai, è un’altra storia, lontanissima dai fasti mancati di Milanello.

Rimpianto, non rancore

Guardando indietro, Borghi non ha mai nascosto una punta di malinconia per quella parentesi italiana finita troppo presto: “forse arrivai in Italia troppo giovane, a 22 anni, in un mondo diverso da quello di oggi”, ha raccontato, ricordando la nostalgia di casa e gli scontri con Sacchi, oltre al rimpianto per un Milan che avrebbe potuto essere diverso con un allenatore più dialogante, un Nils Liedholm o lo stesso Capello. Non incolpa solo gli altri, però: ammette i propri errori, la scarsa disciplina tattica, l’incapacità di adattarsi a un calcio che gli chiedeva sacrificio più che fantasia.

Eppure, arriva sempre a una conclusione lucida e priva di rancore: forse, per il Milan, andò meglio così. Sacchi vinse lo scudetto, scelse Rijkaard, e con il trio olandese al completo conquistò l’Europa e il mondo intero.

Il Picasso di Tokyo, che per un’estate aveva fatto sognare San Siro senza mai davvero scendervi in campo, dovette accontentarsi di dipingere la sua tela altrove: la sua avventura italiana, durata poco più di una stagione, resta una delle occasioni mancate più clamorose della storia rossonera.


Autore: Storie di Calcio