Dicembre 1968. Al San Paolo l’aria è quella tipica delle vigilie pericolose, quando una squadra galleggia a metà classifica e un campione ha ancora qualcosa da dimostrare a sé stesso prima che agli altri. Omar Sívori, trentatré anni, il ginocchio malandato e la testa calda di sempre, sta per chiudere nel modo più clamoroso possibile una carriera che aveva fatto sognare due tifoserie diverse, a mille chilometri di distanza l’una dall’altra. Bastano poche settimane, un fallo di troppo e un’intervista incendiaria, e il sipario cala per sempre.
Il ginocchio traditore
Dopo due stagioni da sovrano assoluto al Napoli, capaci di fargli guadagnare un amore quasi religioso da parte dei tifosi partenopei, un infortunio al ginocchio aveva rallentato tutto. Nel campionato 1967-68 Sívori giocò pochissimo, e con l’allenatore Bruno Pesaola i rapporti si guastarono progressivamente. A fine stagione, nonostante un brillante secondo posto alle spalle del Milan, Pesaola accettò senza troppi rimpianti la corte della Fiorentina, con cui avrebbe vinto lo scudetto già l’anno successivo.
Il Napoli, per recuperare il suo gioiello più prezioso, richiamò Carlo Parola, ex bandiera della Juventus, e spedì Sívori a curarsi a Grado. Un trattamento da re, per un giocatore che di essere trattato da comune mortale non ne voleva proprio sapere.
Il Cabezón in cerca di gloria

Per capire la sua furia bisogna tornare indietro. Arrivato in Italia nel 1957 dal River Plate, Sívori aveva incantato Torino con dribbling impossibili, il “petit pont” perfezionato a livelli mai visti e quella spocchia che i tifosi della Juventus avevano imparato ad amare. Tre scudetti, due Coppe Italia, un Pallone d’Oro nel 1961: il “Cabezón” era stato il più forte d’Europa.
Poi l’arrivo in bianconero del tecnico paraguaiano Heriberto Herrera aveva reso tutto insopportabile, e nel 1965 il presidente del Napoli, Achille Lauro, se lo era portato a casa regalando ai suoi tifosi un’adorazione seconda solo a quella che vent’anni più tardi sarebbe toccata a un altro argentino, Diego Armando Maradona.
“Mai Da Tredicesimo”
Tornato dalle cure, Sívori mise subito le cose in chiaro: non avrebbe accettato alcun ruolo da comprimario. Rifiutava l’alternanza con Barison per la maglia numero 11, voleva giocare titolare, convinto di essere ancora il migliore di tutti. Il 27 ottobre, al San Paolo, esplose un violento alterco tra lui, Parola e il medico sociale Corvino, poi con l’amministratore delegato Roberto Fiore.
L’allenatore sosteneva che nelle sue gambe fossero rimasti sì e no sessanta minuti buoni; il campione ribatteva di poter essere ancora decisivo. Il consiglio d’amministrazione si riunì d’urgenza e alla fine arrivò solo una multa da un milione di lire. Il bubbone, però, era scoppiato.
Il ritorno in campo
Il 13 novembre Sívori rientrò in campo contro il Leeds in Coppa delle Fiere, sconfitta di misura. Il 17 novembre esordì in campionato contro il Palermo: incantò il San Paolo e firmò il gol partita, salvando di fatto la panchina di Chiappella, dato ormai per silurato visto il quartultimo posto in classifica. Giocò anche a Vicenza, dove il Napoli sprofondò per 0-2, ma ormai era reintegrato tra i titolari. Sembrava l’inizio di una piccola rinascita. Era, in realtà, l’ultima curva prima del baratro.
Un vecchio conto con l’altro Herrera
La settimana successiva, il calendario mise di fronte Napoli e Juventus, quest’ultima guidata proprio da Heriberto Herrera, il tecnico del “movimiento” che pretendeva applicazione tattica e sacrificio, e che a suo tempo aveva preteso l’allontanamento del “boss” Sívori dal club bianconero, dove per otto stagioni aveva dettato legge grazie alla protezione della famiglia Agnelli. Non era una partita come le altre: era un regolamento di conti rimandato da tre anni.
San Paolo in fiamme

Il 1° dicembre 1968, Erminio Favalli fu incaricato di marcare stretto Sívori, senza troppi complimenti, cercando apertamente di farlo saltare i nervi. La trappola funzionò: dopo l’ennesimo fallo, l’argentino reagì con violenza e Favalli crollò a terra. L’arbitro Pieroni lo espulse mentre la maxi-rissa si scatenava intorno a loro: finirono fuori anche il napoletano Panzanato, l’allenatore Chiappella e lo juventino Salvadore. Il giudice sportivo, che aveva già Sívori come recordman di squalifiche, non fece sconti: sei giornate di stop, nove per Panzanato.
L’arringa
Infuriato, il 5 dicembre Sívori convocò i cronisti negli spogliatoi del San Paolo e improvvisò un atto d’accusa durissimo contro Herrera:
“Penso che il presidente Catella dovrebbe occuparsi di più di ciò che accade nella Juventus”, disse, elencando una serie di episodi di violenza interna allo spogliatoio bianconero mai puniti, per poi concludere: “Questa è la Juventus, una squadra che scende in campo con i nervi tesi, perché Heriberto più che al calcio la prepara a fare a pugni!”.
Un’accusa pubblica, clamorosa, che a Torino fece infuriare tutti.
Ventiquattr’ore per dire basta
Il giorno dopo, venerdì 6 dicembre, mentre veniva deferito insieme ai presidenti di Juventus e Napoli, Catella e Fiore, Sívori annunciò dopo un lungo colloquio con lo stesso Fiore di aver deciso di lasciare il calcio e di tornare in Argentina di lì a venti giorni. “Per protestare contro le sei giornate di campionato ingiustamente inflittemi”, spiegò, “una forzata pausa che compromette irrimediabilmente il mio campionato”. Un addio deciso in poche ore, dopo dodici anni vissuti sempre sopra le righe.
Il saluto a Canzonissima
Sívori mantenne la parola. Il 20 dicembre 1968 imbarcò tutto su una nave diretta in Argentina, chiudendo davvero un capitolo del calcio italiano fatto di dribbling dissacranti e provocazioni continue. Il giorno seguente si collegò in diretta con Canzonissima, il varietà della Rai abbinato alla Lotteria di Capodanno: fu Walter Chiari ad annunciare agli italiani che Sívori lasciava l’Italia per sempre. Un epilogo da vero personaggio popolare, in un’epoca in cui i campioni si congedavano dal pubblico in tv, senza uffici stampa a filtrare le parole.
Il Re è nudo
Approdato in Argentina, Sívori non escluse del tutto un ritorno in campo: “Se mi sentirò capace di sacrificarmi, di ritornare al mio miglior stato di forma per rendere al massimo, giocherò nel River Plate”, dichiarò. Aveva solo 33 anni. Su pressione del vecchio mentore Renato Cesarini, ormai morente, firmò davvero per il River Plate.
Ma la voglia di sudare in allenamento non c’era più, e dopo poche settimane appese definitivamente le scarpette al chiodo. Iniziò presto una seconda vita da allenatore, guidando tra le altre il Rosario Central, l’Estudiantes, il Racing Club e persino la Nazionale argentina, diventando un giudice severo, quasi intransigente, del comportamento dei suoi ex colleghi calciatori. Il ragazzo scapigliato che a San Nicolás dribblava chiunque per il gusto di farlo era ormai un signore d’altri tempi, con lo stesso caratteraccio di sempre.