Verona-Milan 5-3: Guerre Stellari

Sono le prime ore del pomeriggio di domenica 20 maggio 1973, e lo stadio Bentegodi si è vestito di rosso e nero. Ventimila tifosi del Milan sono arrivati da Milano, dal Veneto, dall’Emilia, perfino dal Canton Ticino, e hanno tappezzato gli spalti di bandieroni e vessilli, al punto che i pochi tifosi scaligeri presenti si guardano attorno smarriti, quasi ospiti in casa propria. Ai rossoneri basta un punto, nemmeno una vittoria, per issare sulle maglie la decima stella. Nello spogliatoio qualcuno ha già pensato al dopo: un amico del presidente Albino Buticchi ha fatto arrivare decine di casse di champagne, pronte per la festa che tutti danno già per scontata.

Il prezzo di Salonicco

Quattro giorni prima, mercoledì 16 maggio, il Milan di Nereo Rocco ha alzato al cielo di Salonicco la sua seconda Coppa delle Coppe, superando gli inglesi del Leeds United per 1-0 grazie a un gol di Luciano Chiarugi. La squadra è tornata in Italia sfinita da un viaggio massacrante, e già l’11 maggio la società aveva chiesto ufficialmente alla Lega di posticipare l’ultima di campionato, per avere il vantaggio di conoscere in anticipo i risultati delle rivali. La risposta, arrivata il 18 maggio, è un secco rifiuto: «non sussistono i motivi per accordare posticipo da voi richiesto», comunica la Lega. Buticchi e i dirigenti rossoneri, forse per orgoglio, forse per sottovalutazione, non insistono oltre.

In campo mancherà anche Rocco, squalificato da settimane per certe frasi di troppo rivolte all’arbitro Concetto Lo Bello, e pure il vice Cesare Maldini, fermato da un’influenza. Tocca così al giovane Giovanni Trapattoni, alla sua primissima esperienza da traghettatore in panchina, guidare il Milan nella partita più importante della stagione. Defezione pesante anche in difesa: Karl-Heinz Schnellinger, provato fino all’ultimo, non supera il test fisico prima del match, e i rossoneri devono rivoluzionare il reparto arretrato, spostando Roberto Rosato in mediana e arretrando Maurizio Turone nel ruolo di libero.

Un Milan costruito per vincere

Quel Milan non era nato per caso. Buticchi, petroliere spezzino arrivato alla presidenza rossonera dopo l’era Carraro, aveva investito una fortuna per completare una rosa già solida: trecento milioni di lire, cifra enorme per l’epoca, erano serviti a strappare alla Fiorentina «Cavallo Pazzo» Luciano Chiarugi, reduce da uno scudetto viola ma ormai ai margini del progetto tecnico dei toscani.

A Milano, sotto l’ala paterna di Rocco, il fantasista toscano era rinato, diventando la punta di un attacco che aveva in Gianni Rivera il suo vero motore: il capitano, quella stagione, avrebbe chiuso al primo posto nella classifica cannonieri con diciassette gol, appaiato a Beppe Savoldi e Paolo Pulici. Una squadra così, arrivata all’ultima giornata da sola in testa, non aveva alcun motivo per temere un Verona già salvo da un mese.

Primo tempo da brivido

L’esultanza dei gialloblu dopo la prima rete

Il Verona di Renato Cadè, già salvo da settimane, scende in campo senza pensieri di classifica ma con la voglia di non fare la comparsa. Nei primi minuti è Pierluigi Pizzaballa, tra i pali gialloblù, a doversi superare per due volte su altrettante occasioni rossonere. Poi, al 17′, tutto cambia: Paolo Sirena si libera di un paio du avversari, supera l’ultimo uomo e infila la porta di Vecchi. Lo stadio ammutolisce.

Otto minuti più tardi, un tiro innocuo di Luppi si trasforma in autogol grazie a una deviazione sfortunata di Sabadini: 2-0. Al 29′ lo stesso Luppi, servito da Bergamaschi, si presenta solo davanti a Vecchi e non sbaglia: 3-0. Il Bentegodi, in pochi minuti, è diventato un incubo per ventimila persone arrivate in festa. Al 32′ Rosato riapre parzialmente i conti con un gran tiro dalla distanza, e le squadre vanno negli spogliatoi sul 3-1. Nel frattempo, dagli altri campi, arrivano notizie che tengono viva la speranza: a Roma la Juventus è sotto, a Napoli Lazio e padroni di casa sono fermi sullo 0-0.

Cinque a uno, poi il pudore

Nella ripresa Rivera prova a scuotere i compagni, ma le gambe del Milan non girano. Al 70′ Luppi cala il tris personale con un tiro rasoterra sul primo palo, e due minuti dopo è Turone a deviare nella propria porta un pallone innocuo di Busatta: 5-1. Sembra una goleada senza appello, quasi un dispetto del destino. Il Verona, a quel punto, sembra quasi impietosirsi: negli ultimi minuti concede spazi che prima non aveva concesso, e il Milan trova il gol con Sabadini, che si rifà dell’autorete, e con Alberto Bigon, che fissa il tabellone sul definitivo 5-3.

Numeri che raccontano poco della sensazione di sgomento vissuta sugli spalti: una squadra prima in classifica, reduce da una finale europea vinta quattro giorni prima, travolta da un undici che in tutto il campionato aveva segnato appena ventitré reti. A infiammare ulteriormente i gialloblù, secondo un racconto che Zigoni avrebbe confidato anni dopo alla Rai, era stato un dettaglio apparentemente marginale: le bandiere del Verona, quel giorno, erano state tenute nascoste per non rovinare la festa rossonera già annunciata. Un affronto che l’ala scaligera avrebbe trasformato in benzina pura per novanta minuti di furore agonistico.

Lo sccoramento di Vecchi, Chiarugi e Turone alla fine del match

Le radioline decretano la Juventus

Mentre il Bentegodi si consuma nella propria disfatta, migliaia di transistor gracchiano i risultati di Roma e Napoli. All’Olimpico la Roma è avanti 1-0 sulla Juventus grazie a un gol di Spadoni; al San Paolo il Napoli e la Lazio restano bloccati sullo 0-0. Se tutto restasse così, lo scudetto si deciderebbe in uno spareggio a tre. Ma il calcio, quel giorno, ha già scelto da che parte stare. All’89’ Damiani condanna la Lazio con un gol che elimina i biancocelesti dai giochi. E all’87’, all’Olimpico, un tiro dalla lunga distanza di Antonello Cuccureddu si infila alle spalle di Ginulfi: la Roma cede, la Juventus vince 2-1 e conquista aritmeticamente il quindicesimo scudetto, il secondo di fila.

La classifica finale recita: Juventus 45 punti, Milan 44, Lazio 43. Un solo punto, l’ultimo giorno, l’ultimo quarto d’ora, separa i rossoneri dalla stella che inseguivano da un decennio. Il tecnico bianconero Čestmír Vycpálek, raggiunto a caldo negli spogliatoi dell’Olimpico, ammetterà che sarebbe stato beffardo lasciarsi sfuggire l’occasione proprio nel giorno in cui il Milan crollava a Verona, e che una vittoria arrivata così, all’ultimo respiro, valeva doppio dopo un mese e mezzo in cui la Juventus aveva eroso punto su punto il vantaggio rossonero.

«Ecco i miei cadaveri»

Al fischio finale il Bentegodi si trasforma in un memoriale a cielo aperto. Le casse di champagne restano imballate negli spogliatoi, i giocatori piangono, Rocco non trova le parole. Quando la conferenza stampa si apre, il tecnico rossonero pronuncia solo una frase, gelida: «Ecco i miei cadaveri». Buticchi, con un gesto che ai suoi tifosi apparirà quasi come un affronto, si reca negli spogliatoi del Verona a complimentarsi con i vincitori.

Anche i protagonisti gialloblù, a distanza di anni, ricorderanno quel pomeriggio con un misto di orgoglio e imbarazzo. Gianfranco Zigoni, autore di una partita fenomenale, confesserà di aver provato dispiacere soltanto «per Anquilletti, che piangeva, e per Rocco, il grande Paròn». Il portiere Pizzaballa, che pochi mesi dopo sarebbe passato proprio al Milan, sintetizzerà con una battuta il pomeriggio dei rossoneri: «il Milan proprio non giocava». E Franco Bergamaschi, mezzala di quel Verona, rivendicherà con orgoglio la correttezza dei suoi: «Abbiamo onorato il gioco del calcio».

Rivera, dal canto suo, evitò recriminazioni dirette e si limitò, nei giorni successivi, a un’amara constatazione sul destino che sembrava avere già scelto una direzione precisa, non nuova per un Milan che negli anni precedenti aveva già visto sfumare più di un titolo negli ultimi metri.

Il destino, poi, riservò un’ultima beffa quasi sportiva: poche settimane dopo quel pomeriggio, proprio Pizzaballa fu ceduto al Milan. Quando si presentò al primo allenamento, molti dei nuovi compagni erano gli stessi che lo avevano visto parare i loro tiri al Bentegodi: qualcuno, raccontò poi il portiere, masticava ancora amaro, ma Rivera lo accolse senza rancore, ricordandogli soltanto che con un risultato diverso, quel giorno, le soddisfazioni sarebbero arrivate anche a lui in maglia rossonera.

Un mito nato per restare

Il Verona, quell’anno, chiuse il campionato al decimo posto con 26 punti, diciotto in meno del Milan: una classifica che rende ancora più clamoroso quanto accaduto al Bentegodi. I rossoneri si presero una piccola rivincita poche settimane più tardi, battendo proprio la Juventus campione d’Italia ai rigori nella finale di Coppa Italia, ma fu un premio di consolazione che nulla tolse all’amarezza dello scudetto sfumato.

Negli anni successivi circolarono anche voci, mai del tutto verificate, su presunti premi promessi dalla Juventus a Napoli e Verona per vincere le rispettive partite: un’ombra che accompagnò a lungo il ricordo di quella giornata, senza mai trasformarsi in accusa formale.

Da quel pomeriggio nacque comunque l’espressione «fatal Verona», destinata a tornare, con un’ironia crudele, diciassette anni più tardi, quando un altro Milan — quello di Arrigo Sacchi — avrebbe perso in circostanze altrettanto rocambolesche, fatte di espulsioni ed episodi arbitrali contestati, uno scudetto già in tasca, proprio sullo stesso campo, contro lo stesso avversario. Ma quella è un’altra storia, di un’altra epoca del calcio italiano.

Per i tifosi rossoneri che tornarono a casa quella sera, con le bandiere ripiegate e i finestrini chiusi per nascondere le lacrime, restò soltanto la certezza amara che il calcio, a volte, sa essere più crudele di ogni sceneggiatura. Il Milan avrebbe dovuto attendere sei anni, fino al 1979, per veder finalmente cucita sul petto quella decima stella inseguita invano sotto il sole di Verona.


Autore: Storie di Calcio