Nell’era delle sette sorelle era inevitabile che qualcuna restasse a bocca asciutta. Nel 1996/97 toccò a Milan, Roma e Inter: tre flop clamorosi, arrivati dopo estati spese a colpi di miliardi.
La Juventus vinse lo scudetto con 65 punti, due più del Parma. Il resto delle grandi si spartì quel che avanzava, e tre di loro se lo spartirono male. Il Milan campione d’Italia in carica chiuse undicesimo. La Roma arrivò dodicesima. L’Inter fu terza, dopo aver comandato la classifica in autunno e aver perso ai rigori, in casa, la finale di Coppa Uefa.
Il Milan dopo Capello

Dopo nove stagioni Fabio Capello lasciò il Milan per il Real Madrid, e Silvio Berlusconi cercò una strada nuova. La trovò in Oscar Washington Tabarez, il “maestro” uruguaiano arrivato in Italia nell’estate del 1994 al Cagliari e reduce da un esordio dignitoso.
Il mercato portò dal Bordeaux il centravanti francese Christophe Dugarry, pagato 6 miliardi, e dall’Ajax Davids e Reiziger. Tra i partenti c’erano Donadoni e Filippo Galli, oltre a Di Canio, ma l’ossatura restava quella di un club abituato a vincere.
Il nuovo tecnico schierò Rossi in porta; Panucci, Costacurta, Baresi e Maldini in difesa; Albertini, Desailly e Boban a centrocampo; Weah, Baggio e Simone in attacco. Sulla carta, una rosa di prim’ordine.
L’esonero di Tabarez
I risultati non arrivarono. Il Milan cominciò perdendo la Supercoppa con la Fiorentina, il 16 ottobre cadde in Svezia contro il Goteborg e all’undicesima giornata era nono, già lontano dalla Juventus.
La sconfitta di Piacenza, il 1° dicembre, fu il punto di rottura. Finì 3-2 per i padroni di casa, con una rovesciata di Pasquale Luiso rimasta negli annali, e il Milan si ritrovò a 7 punti dalla capolista con la Champions League quasi compromessa. Berlusconi convocò d’urgenza un vertice ad Arcore ed esonerò Tabarez, in panchina da meno di cento giorni.
Al suo posto tornò Arrigo Sacchi, che quella notte stessa si dimise da commissario tecnico della Nazionale, lasciata con 34 vittorie, 11 pareggi e 8 sconfitte. La stampa battezzò l’operazione il ribaltone di Arcore.
Il ritorno di Sacchi
Il 4 dicembre, nella sera del secondo debutto di Sacchi, a San Siro arrivò il Rosenborg e vinse 2-1: il Milan era fuori dalla Champions League. L’ex mago di Fusignano non trovò la rotta nemmeno dopo.
A gennaio Panucci, in rotta con il nuovo allenatore, passò al Real Madrid di Capello per 9 miliardi, mentre dal Goteborg arrivò Jesper Blomqvist per 4,5. A febbraio Davids si ruppe tibia e perone della gamba destra, con frattura scomposta. Roberto Baggio finì ai margini.
Il 6 aprile, a San Siro, la Juventus vinse 6-1: fu la sconfitta più pesante della stagione, con Baggio partito in panchina. In mezzo alla difesa giocavano Baresi e Vierchowod, 74 anni in due. Weah segnò 13 gol in campionato e restò il miglior marcatore della squadra. Il Milan chiuse all’undicesimo posto, il peggiore dal 1982, anno della caduta in B.
La Roma di Bianchi

Dopo tre stagioni di assestamento Franco Sensi voleva portare la Roma in orbita scudetto. Il suo sogno era Capello, che aveva scelto Madrid; ripiegò su Carlos Bianchi, che col Vélez Sarsfield aveva vinto tre campionati argentini, la Libertadores e l’Intercontinentale del 1994, battendo 2-0 proprio il Milan di Capello. Perfino Tabarez, appena scelto dal Milan, aveva pronosticato che l’argentino avrebbe stupito tutti.
La dotazione fu costosa: 7 miliardi per il mediano Tommasi del Verona, 6 per la comproprietà dell’attaccante interista Delvecchio, 5 per il centravanti svedese Dahlin del Borussia Mönchengladbach e altri 5 per il difensore Trotta, pupillo del tecnico e autore di un rigore nella finale di Tokyo. In estate se ne andò anche Giuseppe Giannini, il Principe, e i tifosi non lo digerirono, addebitandolo all’allenatore.
Bianchi voleva una squadra «con gli occhi di tigre» e la impostò con Sterchele in porta, Annoni e Lanna difensori esterni, Trotta e Aldair centrali, Statuto, Tommasi, Thern o Di Biagio e Carboni a centrocampo, Balbo e Fonseca in attacco.
L’avvio fu buono: 3-1 al Piacenza all’esordio, il primo posto in classifica, sia pure per una sola partita, il 3-0 al Milan. Il primo turno di Coppa Uefa venne superato. L’eliminazione in Coppa Italia, per mano del Cesena, sembrò un dettaglio. Sensi promosse il tecnico: «Voglio prolungargli il contratto, l’unico ostacolo è che aspira a diventare Ct dell’Argentina». Poi la stagione si guastò.
Il crollo e il caso Totti
Il Karlsruher eliminò la Roma dalla Coppa Uefa, poi arrivarono le sconfitte di Verona e Bologna. Sensi tornò sul mercato: 4,5 miliardi per Candela dal Guingamp, 3,5 per Tetradze dall’Alania, 1,1 per Berti dal Genoa, 800 milioni per Pivotto dal Carpi. Partirono i fallimentari Dahlin, al Borussia per 1,5 miliardi, e Trotta, in prestito al River per 500 milioni dopo sole sei presenze.
In mezzo al caos esplose il caso Totti. Il ventenne Francesco non piaceva a Bianchi, che lo considerava pigro e lo vedeva come punta pura; il ragazzo rispondeva a tono che il suo posto era dietro le punte. A gennaio la Sampdoria arrivò a un passo dall’accordo e si fece sotto anche il Cagliari di Mazzone: non se ne fece niente, ma il rapporto tra i due restò gelido.
Dopo la sconfitta di Cagliari del 6 aprile Sensi cacciò Bianchi. L’argentino ricordò poi che, al momento dell’esonero, la Roma era settima in classifica.
Liedholm e la salvezza
Per chiudere il campionato la Roma richiamò Nils Liedholm, a quasi settantacinque anni e otto dopo la sua ultima volta in panchina, con Ezio Sella al fianco. La stampa parlò subito di una scelta di transizione.
La squadra flirtò con la retrocessione e si salvò per quattro punti, chiudendo al dodicesimo posto. Abel Balbo segnò 17 gol in campionato e fu l’unico punto fermo di un’annata sbandata.
L’Inter di Moratti

Massimo Moratti aveva rilevato l’Inter nel febbraio 1995 e sognava una nuova grande squadra. Affidò il progetto all’inglese Roy Hodgson, chiamato a fine settembre del 1995 al posto di Ottavio Bianchi per rimediare ai primi fiaschi della nuova gestione. Fuori dal campo il tecnico si prestava con ironia agli sketch di Mai Dire Goal, accanto a Giacomo Poretti.
Nell’estate del 1996 il presidente sfondò il muro del suono del mercato, spendendo oltre 38 miliardi: Djorkaeff dal Paris Saint-Germain per 7,5, Fresi riscattato dalla Salernitana per 7, Sforza dal Bayern per 6, Galante dal Genoa per 5, Zamorano dal Real Madrid per 4, Kanu dall’Ajax per 3,6, Tarantino dal Napoli per 3, Angloma dal Torino per 2, più Winter dalla Lazio a costo zero. Il terzino sinistro Roberto Carlos, bocciato da Hodgson sul piano tattico, era finito al Real Madrid.
Hodgson partì con Pagliuca in porta; Angloma, Paganin, Fresi e Pistone in difesa; Zanetti, Ince, Sforza e Djorkaeff a centrocampo; Zamorano e Branca o Ganz in attacco.
Da capolista a terza
L’avvio fu col botto: l’Inter guidò la classifica dopo la quinta, l’ottava e la nona giornata. Il 19 novembre arrivò la goleada (5-1) sul Boavista in Coppa Uefa e l’entusiasta presidente rinnovò in anticipo il contratto a Hodgson, in scadenza nel 1999, per 1,5 miliardi a stagione. Poi calò il sipario: 4 punti in 5 partite fecero svanire il sogno.
Il campionato si chiuse con il terzo posto a quota 59, sei punti sotto la Juventus, il miglior piazzamento nerazzurro dai tempi di Matthäus e Brehme. Maurizio Ganz firmò 20 gol tra tutte le competizioni e fu il capocannoniere della Coppa Uefa; Djorkaeff arrivò a 17.
La finale con lo Schalke 04
Sulla strada per la finale l’Inter eliminò Boavista, Anderlecht e Monaco. All’andata, il 7 maggio, lo Schalke 04 vinse 1-0 a Gelsenkirchen con un gol di Wilmots. Il ritorno si giocò a San Siro il 21 maggio e Zamorano pareggiò i conti all’84’. Fresi fu espulso e i supplementari non sbloccarono il risultato.
Nell’ultimo minuto dei supplementari Hodgson tolse Zanetti per inserire Berti, in vista dei rigori. L’argentino non condivise la sostituzione e uscì furente, mandando a quel paese l’allenatore in mondovisione.
Dal dischetto Lehmann, che sarebbe poi diventato portiere del Milan, parò il tiro di Zamorano. Djorkaeff segnò, Winter sbagliò e lo Schalke vinse 4-1. Il giorno dopo Hodgson si dimise. Gli ultimi due turni furono affidati a Luciano Castellini, che chiuse al terzo posto.
Il bilancio
Il Milan finì a 22 punti dalla Juventus, la Roma si salvò per quattro. Per l’Inter il riscatto arrivò l’anno dopo: con Ronaldo, pagato a peso d’oro al Barcellona, e Gigi Simoni in panchina i nerazzurri vinsero la Coppa Uefa del 1998.