Giovan Battista Fabbri: saggezza contadina

Brusalerba. Bruciaerba. Così chiamavano da ragazzo, a Poggetto, frazione di San Pietro in Casale, nella Bassa bolognese di nebbia e campi arati, Giovan Battista Fabbri, classe di ferro 1926. Correva così tanto e così a lungo che l’erba, dietro di lui, sembrava dovesse prendere fuoco.

Il pallone arriva subito dopo la guerra. Nel 1945 è alla Centese, in Serie C: trentadue partite, quattordici gol, una promozione in B. Poi il Modena, dove nel 1947-48 assaggia la Serie A sotto la guida di Alfredo Mazzoni, l’allenatore che ricorderà per sempre come il suo vero maestro. Seguono sette stagioni al Messina, una parentesi in A con la SPAL nel 1955, il Pavia, infine il Varese: lì, a poco più di trent’anni, indossa per la prima volta il doppio abito di allenatore-giocatore. Il bilancio da calciatore è onesto e non memorabile — 61 presenze in Serie A, 140 in B, ala o mediano a seconda del bisogno.

Nessuno, in quel 1959, avrebbe scommesso una lira sul fatto che quel mediano volenteroso sarebbe diventato uno dei più grandi maestri del calcio italiano.

Vent’anni di gavetta e una raccomandata

L’apprendistato di Fabbri è lungo come un romanzo russo. Settori giovanili del Torino e della SPAL, dove a Ferrara si accorge di un geometra friulano dai piedi educati: si chiama Fabio Capello, e sarà lui, promosso in corsa sulla prima squadra, a spedirlo in Serie A a diciassette anni. Poi il Cesena, la Sangiovannese, il Giulianova sfiorato dalla promozione, il Livorno.

È proprio a Livorno che va in scena uno degli aneddoti più feroci della sua carriera, che raccontò anni dopo ancora scuotendo la testa. La squadra era quinta, lo stadio pieno — diciottomila paganti in Serie C — ma al presidente non bastava. Una domenica, poco prima di scendere in campo, gli venne recapitata una raccomandata: dentro c’era la formazione che i dirigenti pretendevano di vedere in campo, con annesso rimprovero paterno per le sue ripetute disobbedienze. Fabbri schierò per l’ultima volta la “sua” squadra e se ne andò. «L’avevo davvero fatta grossa, non c’è che dire…», commentò con la sua ironia contadina.

Nel 1974 approda al Piacenza: vince la Serie C segnando 69 reti, record assoluto, poi retrocede l’anno dopo perché la squadra viene smontata pezzo per pezzo. Il giorno della retrocessione matematica trova trecento persone ad aspettarlo. Pensò che fossero venute a bastonarlo. Lo portarono in trionfo.

La scommessa di Giussy Farina

Giugno 1976. Il Lanerossi Vicenza del presidente Giuseppe “Giussy” Farina ha appena evitato il baratro e cerca un allenatore. Farina manda in giro un osservatore d’eccezione, il brasiliano Cinesinho, che a Brescia vede giocare il Piacenza di Fabbri e torna con un verdetto secco: era «la più bella squadra del campionato».

Ingaggiare un tecnico appena retrocesso è impopolare, quasi un suicidio sportivo. Farina lo fa lo stesso, e quella firma è il primo mattone di quello che l’Italia intera imparerà a chiamare Real Vicenza. Per Fabbri è la svolta di una vita: definirà Farina il miglior presidente con cui avesse mai lavorato, migliore persino di Paolo Mazza, il patron della SPAL che di calcio offensivo non voleva sentir parlare.

Il primo anno è già un capolavoro: Serie B vinta con due punti sull’Atalanta, ritorno immediato nella massima serie. Ma il vero miracolo doveva ancora cominciare.

Quella notte a Cagliari

Nella rosa c’è un ragazzino di Prato arrivato in comproprietà dalla Juventus dopo un prestito al Como: ginocchia di cristallo, tre operazioni alle spalle, ala destra. Si chiama Paolo Rossi.

Fabbri di un’ala non sa che farsene. Gli manca un centravanti. E una sera, in Coppa Italia, a Cagliari, succede un fatto che cambierà la storia del calcio italiano. La racconta Giorgio Carrera, libero di quella squadra: il mister legge la formazione, arriva al numero 9 e dice il nome di Rossi. «Tutti quanti ci siamo guardati con un sorrisino», ha ricordato — come a dire, il mister ha bevuto? In quel ruolo non l’aveva mai provato: né in allenamento, né in amichevole. Mai.

Poi Fabbri si avvicina al ragazzo e gli consegna l’intera tattica del futuro campione del mondo in nove parole: «Paolo, allora: vieni incontro… la dai… e vai». E Rossi, che sorrideva sempre, sorrise anche quella volta.

Finì con 21 gol e il titolo di capocannoniere della Serie B. Era nato Pablito.

Il Real Vicenza: calcio totale in provincia

La stagione 1977-78 è la più bella favola del calcio italiano di provincia. Il Lanerossi, neopromosso, chiude al secondo posto alle spalle della Juventus che fornisce nove undicesimi della Nazionale di Enzo Bearzot. Paolo Rossi segna 24 gol ed è capocannoniere della Serie A; il 22 dicembre 1977 Bearzot lo fa esordire in azzurro a Bruxelles.

Ma il punto non è la classifica: è come ci arrivarono. Fabbri predicava una versione italiana del calcio totale olandese, roba avanzatissima per l’epoca: terzini che stantuffavano sulle fasce, difensori e attaccanti che si scambiavano i ruoli senza imbarazzo, una sola punta centrale sostenuta dagli inserimenti delle ali e dalle sovrapposizioni, e — eresia assoluta — nessun regista classico. Si pagava qualcosa in fragilità difensiva, si guadagnava tutto in spettacolo.

Quell’anno Gianni Brera, il più severo e il più poetico dei giudici, entrò in spogliatoio a congratularsi: non avrebbe mai creduto, ammise, che una squadra di provincia potesse giocare a calcio a quel modo. Alla fine della stagione Fabbri vinse il Seminatore d’Oro e il Guerin d’Oro: migliore allenatore d’Italia, a cinquantadue anni, dopo vent’anni di terza serie.

Le buste, la caduta, il veleno

Il paradiso dura un’estate. Juventus e Vicenza non trovano l’accordo sulla comproprietà di Rossi e vanno alle buste: Giampiero Boniperti scrive una cifra da capogiro, Farina ne scrive una folle — 2 miliardi e 612 milioni per metà cartellino. Scoppia un caso nazionale, il presidente federale Franco Carraro arriva alle dimissioni. Farina si difende con una frase rimasta negli annali: lo sport è come l’arte, e Paolo è «la Gioconda del nostro calcio».

Ma per pagare quella Gioconda bisogna vendere, e i pezzi che partono sono Giuseppe Lelj e Roberto Filippi, cioè l’ossatura. Il Vicenza disputa la sua prima Coppa UEFA e crolla in campionato: il 13 maggio 1979, sconfitto in casa dell’Atalanta, retrocede. Un anno dopo il secondo posto.

Fabbri non digerì mai quella caduta. In un’intervista del 1980, alla domanda sulla retrocessione, rispose con un conto amarissimo: ventotto partite senza che a Paolo Rossi venisse fischiato un rigore. «E altre cose strane, dai, non farmi parlare…». E aggiunse il suo unico, vero rimpianto tattico: se avesse tenuto Lelj e Filippi, il Vicenza non sarebbe mai sceso in B.

Ad Ascoli capolavoro numero due

Nell’estate 1979 lo chiama Costantino Rozzi, il presidentissimo dell’Ascoli, muratore diventato imprenditore, cappotto e calzini rossi a bordo campo. È l’incontro tra due caratteri identici, e produce il capolavoro numero due.

La stagione 1979-80 resta la più bella nella storia del club marchigiano. Trenta partite, undici vittorie, dodici pareggi, solo sette sconfitte: trentaquattro punti e quinto posto, che i verdetti del Totonero trasformeranno in un quarto posto dopo la retrocessione d’ufficio del Milan, terzo sul campo. Nessuna squadra del Centro-Sud fece meglio. Il Del Duca diventò un fortino, il bomber Gianfranco Bellotto chiuse a nove reti, in porta c’era quel Felice Pulici che Fabbri, due anni prima, aveva indicato come il portiere ideale per il suo calcio. La Coppa UEFA sfumò per un solo punto, anche perché quell’anno l’Italia aveva appena due posti disponibili.

Il premio di consolazione arrivò dal Canada: la Federcalcio spedì l’Ascoli a rappresentare l’Italia alla Red Leaf Cup di Hamilton, contro Botafogo, Rangers e Nancy. I giocatori, stremati, avrebbero preferito le vacanze; Rozzi li convinse parlando degli emigrati italiani che li aspettavano. Il 22 giugno 1980 il Picchio vinse il torneo.

Dopo Ascoli però, non arrivò lo sperato “grande salto”. Perché non allenò mai una grande? Se lo chiese anche lui, con disarmante onestà: forse era debole nelle pubbliche relazioni, forse la notorietà era arrivata troppo tardi. Milan e Roma lo sfiorarono davvero, si stava per mettere qualcosa per iscritto, ma lui volle giurare fedeltà a Farina. «Insomma, mi è andata storta». Non si definiva un rivoluzionario: si definiva un allenatore acqua e sapone.

L’ultimo giro di campo

La coda della carriera è un’Italia intera percorsa in autobus: Cesena, Catania, Reggiana, poi il Catanzaro riportato in B dalla C1, il Foggia, il Bologna salvato in extremis e non confermato perché la società aveva già in tasca il contratto del giovane Luigi Maifredi, ancora la SPAL, infine il Venezia di Maurizio Zamparini, dove lanciò i giovani contro il parere del presidente e divenne il primo esonerato di una lunghissima serie.

Tornò a Ferrara come direttore tecnico e regalò alla sua SPAL una doppia promozione dalla C2 alla B tra il 1990 e il 1992. In tutto: 48 campionati ufficiali tra campo e panchina dal 1945 al 1993, e poi ancora il Club Italia fino al 1999. Cinquantasette anni di pallone. Nel 2008 mise tutto in un libro dal titolo perfetto, Gibì, una vita di bel calcio.

Si è spento a Ferrara la sera del 2 giugno 2015, a 89 anni. Paolo Rossi, che quel giorno lo ricordò con la voce rotta, aveva già detto tutto anni prima, quando gli chiesero chi fosse stato Gibì Fabbri per lui: «per me era come un padre». E Fabbri, alla stessa domanda, aveva risposto con il sorriso di chi non ha mai preso troppo sul serio la gloria: «Padre, fratello e zio…».


Autore: Storie di Calcio