Il giorno del suo insediamento alla presidenza della Roma, Dino Viola pronunciò un discorso capace di commuovere fino alle lacrime il presidente uscente, Gaetano Anzalone. Era il 16 maggio 1979, e quell’episodio racconta meglio di ogni cifra chi fosse l’uomo che per i dodici anni successivi avrebbe guidato il club giallorosso: un ingegnere toscano, nato ad Aulla in Lunigiana, romano e romanista più per scelta che per nascita.
Alla sua gestione si devono uno scudetto, cinque Coppe Italia e una finale di Coppa dei Campioni, ma soprattutto un modo nuovo di stare dentro al calcio italiano, fatto di battaglie aperte contro i poteri forti del Nord. Ancora oggi, nella memoria dei tifosi, solo Franco Sensi riesce a contendergli il titolo di presidente più amato nella storia della Roma — un passo avanti rispetto a pur importanti predecessori come Italo Foschi, fondatore del club, Edgardo Bazzini, patron del primo scudetto, e Renato Sacerdoti, alla guida della squadra per tredici anni complessivi.
Un ragazzo di Aulla innamorato della Roma
Il nome all’anagrafe era Adino, non Dino: lo cambiò la vita di tutti i giorni, non un ufficiale di stato civile. Nacque ad Aulla, in Lunigiana, il 22 aprile 1915, da Pietro e Maria Castelli, genitori spezzini, e la sua passione per il club giallorosso partì da lontanissimo: «Andavo a Campo Testaccio partendo da via Labicana sui respingenti dei tram», raccontò in un’intervista. «Ho giocato a Testaccio nei ragazzi giallorossi con mister Burgess. Poi il mio amico Silvio Piola mi portò alla Lazio per un provino, andò bene, non continuai solamente perché ero attratto dai colori della Roma». Quella passione nata sui respingenti dei tram lo accompagnò per tutta l’esistenza.
Il 30 aprile 1942 sposò Flora, da cui ebbe tre figli: Riccardo, nato nel 1943, Ettore, nato nel 1947 e chiamato così in onore del fratello maggiore di Dino, medaglia d’oro al valor militare e poi deputato e senatore, e Federica. Giovane ufficiale dell’aeronautica di stanza a Pontedera, pilota collaudatore del bombardiere P. 108 B della Piaggio, sopravvisse quasi per miracolo a un atterraggio in picchiata che gli fracassò il muso del velivolo sulla pista, cavandosela con poche ferite ma con un timore che non lo abbandonò più in volo.
Proprio in quelle settimane, nel giugno 1942, i due sposi pedalarono per oltre quaranta chilometri da Pontedera fino a Livorno per vedere la Roma di mister Schaffer vincere 2-0 con le reti di Pantò e Amadei: un punto di vantaggio sul Torino che, sette giorni più tardi, si trasformò nel primo storico scudetto giallorosso. Negli anni Cinquanta, quando la sede della Roma era a viale Tiziano, l’ex portiere giallorosso Luciano Tessari lo ricordava passare ore a discutere di calcio con gli altri tifosi, già allora preciso e competente come un dirigente in pectore.
Dalla dirigenza alla presidenza
Laureato in ingegneria meccanica, entrò nel consiglio della Roma nel 1963, sotto la presidenza di Franco Marini Dettina. Fu vicepresidente con Alvaro Marchini, poi si fece da parte quando arrivò Gaetano Anzalone, che non voleva eredità della vecchia gestione. Tornò come consigliere nel 1975 e spiegò così quella lunga attesa: «In realtà Anzalone mi aveva pregato di restare, ma risposi di no perché ritenevo concluso un ciclo». Nel frattempo si “allenava” da presidente del Palestrina, chiamando in panchina l’ex romanista Amos Cardarelli.
Il 16 maggio 1979 Dino Viola acquisì il pacchetto di maggioranza della Roma insieme all’amico d’infanzia Antonio Cacciavillani. Freddo, serio, instancabile, affidò a terzi la sua azienda di macchinari di precisione a Castelfranco Veneto per dedicarsi solo al club. Il giorno dopo l’insediamento ricevette una telefonata da Nils Liedholm, fresco campione d’Italia con il Milan: tornava a sedersi sulla panchina giallorossa.
Arrivarono Bruno Conti dal Genoa, il giovane Carlo Ancelotti dal Parma, gli esperti Romeo Benetti e Maurizio Turone. Il 23 settembre 1979 Viola festeggiò la sua prima vittoria da presidente, un 3-2 a Pescara, ma quel giorno si fece derubare del portafogli: «La vittoria di Pescara, il primo posto in classifica e la passione dei tifosi hanno già cancellato tutto», disse. La stagione si chiuse con un settimo posto e una Coppa Italia che fece dimenticare in fretta la “Rometta” degli anni precedenti.
Falcão e la svolta sudamericana

Riaperte le frontiere del calcio italiano dopo quattordici anni di embargo, Viola inseguì invano Salvatore Bagni, poi tastò il terreno per Zbigniew Boniek, Karl-Heinz Rummenigge, Liam Brady e Ruud Krol. Trovò un canale aperto con Arthur Antunes Coimbra, detto Zico, ma il suo Flamengo chiese quattro miliardi di lire, cifra fuori portata. La sesta scelta si rivelò la più azzeccata: Paulo Roberto Falcão, ventisettenne centrocampista dell’Internacional di Porto Alegre, arrivò per un milione e mezzo di dollari e divenne il simbolo di un’epoca.
Lo scudetto sfiorato per “centimetri”
Nella stagione 1980-81 la Roma sfiorò lo scudetto, fermata da un gol regolare annullato a Turone nello scontro diretto con la Juventus, poi campione d’Italia. Viola commentò la beffa con signorilità, parlando di un titolo perso «per una questione di centimetri».
Il presidente bianconero Giampiero Boniperti, al raduno arbitrale successivo, gli recapitò ironicamente un metro con un biglietto in cui gli suggeriva di usarlo per verificare con precisione cosa fosse accaduto in campo; Viola rispose per le rime, ricordandogli che uno strumento di misura serviva più a un geometra che a un ingegnere. Arrivò un’altra Coppa Italia, mentre nel presidente giallorosso cresceva la voglia di sfidare i poteri forti del calcio del Nord.
Il secondo scudetto e la notte di Liverpool
Lo scudetto arrivò nel 1983, con una Roma formata da Tancredi, Nela, Vierchowod, Ancelotti, Falcão, Maldera, Conti, Prohaska, Pruzzo, Di Bartolomei e Iorio. Il giorno del trionfo Viola non si accontentò: «Questo scudetto è una tappa, una piccola tappa», disse, guardando già alla Coppa dei Campioni. Quella coppa sfuggì nel modo più doloroso, il 30 maggio 1984, in finale all’Olimpico contro il Liverpool, ai calci di rigore: una data scolpita nella memoria di ogni romanista.
Restò comunque un’altra Coppa Italia, prima dell’addio a Liedholm e al capitano Di Bartolomei. La delusione europea non spense l’ambizione: l’anno dopo, eliminata dal Bayern Monaco in Coppa delle Coppe tra i fischi dell’Olimpico, Viola non usò mezzi termini: «La Curva Sud ci ha dato una lezione».

Il “violese” e le battaglie nel palazzo
Coinvolse presto nella gestione del club i figli Ettore, che per qualche anno guidò anche la squadra di calcetto Roma Barilla, e Riccardo, editore, che nel 2013 sarebbe diventato presidente del Coni Lazio dopo undici anni a capo del comitato provinciale di Roma. Il patron inventò intanto un linguaggio tutto suo, soprannominato “il violese”, fatto di messaggi sibillini e frecciate neanche troppo velate contro gli avversari nel “palazzo” del calcio italiano.
Ingaggiò Cerezo nel 1983 fuori dai termini previsti e vinse il ricorso a forza di carte bollate; portò lo svedese Eriksson in panchina nel 1984, quando il tesseramento di allenatori stranieri era vietato, e dopo mesi di braccio di ferro riuscì a schierarlo; licenziò il suo fuoriclasse Falcão nel 1985 e vinse pure quella causa.
Non gli riuscì solo un’impresa: costruire uno stadio tutto per la Roma. Fu il primo presidente della storia del club a inseguire quel sogno, pensandolo lungo un’ansa del Tevere verso la Magliana e poi su un terreno della Romanina, un impianto moderno con negozi, cinema e musei che avrebbe fatto invidia alle arene di oggi. L’idea arrivò decenni troppo presto: il figlio Riccardo ricorda ancora come il padre, ingegnere meccanico di formazione, fosse stato bollato ingiustamente da “palazzinaro” per un progetto che il Coni, dopo le iniziali diffidenze, aveva finito per apprezzare.
Senatore Viola
Subito dopo lo scudetto si candidò alle elezioni politiche, diventando senatore della Democrazia Cristiana dal 1983 al 1987, scelta che attribuì alla richiesta di amici più che alla voglia di sfruttare la popolarità sportiva. Franco Evangelisti, ex presidente giallorosso e a lungo parlamentare Dc, fu il suo sponsor; Giulio Andreotti, storico tifoso romanista, un amico. Sulla sua Bmw campeggiava una targa che qualcuno, non a caso, leggeva come un presagio: la lettera W, come viva o vittoria.
Il caso Vautrot
Nel 1986 la Roma sfiorò ancora lo scudetto, fermata dal già retrocesso Lecce, e vinse un’altra Coppa Italia con gli innesti di Boniek e Manfredonia. Fu l’anno del caso Vautrot: Viola venne accusato di aver tentato di corrompere l’arbitro di Roma-Dundee United in Coppa dei Campioni. Dimostrò di aver segnalato per tempo alla Federazione il passaggio di cento milioni di lire proposto dagli intermediari, salvando la Roma dall’esclusione dalle coppe europee, ma l’Uefa lo squalificò comunque per quattro anni. In sede penale fu riconosciuto come parte lesa, truffato da chi gli aveva proposto la combine.
L’ultimo regalo e la stretta di mano a Totti
Nell’estate del 1990 Viola regalò alla Roma l’acquisto di Aldair dal Benfica, prima di affrontare il caso doping di Peruzzi e Carnevale, squalificati per un anno, e nuovi scontri con i poteri occulti del calcio italiano. Alla festa di Natale dei dipendenti giallorossi, a Trigoria, conobbe un quattordicenne del settore giovanile: stringendogli la mano gli disse «mi dicono che sei bravo, continua così». Quel ragazzo era Francesco Totti.
La malattia, l’addio e Piazzale Dino Viola

Il 27 dicembre 1990, in vacanza a Cortina, scoprì di essere malato dopo una visita di controllo. Chiese la massima riservatezza e il giorno dopo venne operato a Pieve di Cadore. Migliorò, tornò a Roma il 10 gennaio, ma dovette rientrare d’urgenza in clinica quattro giorni più tardi. Morì sabato 19 gennaio 1991, dopo un nuovo intervento. Il giorno seguente la Roma ospitò il Pisa in un Olimpico surreale, oppresso dalla notizia della Guerra del Golfo scoppiata tre giorni prima: i giallorossi, commossi e svuotati, persero 2-0.
Viola venne sepolto al Verano, dove lo raggiunse nel 2009 la vedova Flora, scomparsa a 86 anni. Fu lei a raccontare, qualche giorno dopo il lutto, un episodio del 1976: un’ulcera perforata quasi gli costò la vita, e al risveglio dall’operazione il marito le disse di essere dispiaciuto di non aver ancora fatto nulla per la Roma. «Ho avuto solo due amori, la Roma e mia moglie», diceva Dino Viola. Lo ricordava a modo suo anche Roberto Pruzzo, tre volte capocannoniere con la maglia giallorossa addosso proprio negli anni di Viola: un presidente vissuto dai suoi calciatori quasi come un padre, capace di far sentire importante l’intera squadra.
Nel 1991 la presidenza passò proprio a Flora, prima donna alla guida di un club di Serie A, in attesa della cessione a Giuseppe Ciarrapico. Il 19 gennaio 1995 il Comune di Roma gli intitolò il piazzale davanti a uno degli ingressi del centro sportivo “Fulvio Bernardini”: da allora esiste, e resiste, Piazzale Dino Viola.