Chi ha visto giocare Pino Wilson negli anni Settanta porta dietro soprattutto due immagini. La prima è l’entrata in scivolata: scatto, tuffo, pallone arpionato via, mentre l’avversario resta a terra qualche secondo a chiedersi dove sia finita la palla. La seconda è il suo modo di discutere con l’arbitro — dritto come un soldato sull’attenti, le braccia lungo i fianchi, la testa a un palmo dal volto del direttore di gara, per chiedere un rigore o difendere un compagno.
Non aveva l’eleganza di Ruud Krol, libero dell’Olanda di Johan Cruijff, né la struttura fisica di Giacinto Facchetti. Ma nell’area piccola, nonostante il metro e settantatré, le palle alte erano quasi sempre sue. Fu lui il primo vero capitano della Lazio moderna, l’uomo che portò al collo lo scudetto che il club aspettava dal 1900.
Un cognome inglese nei vicoli del Vomero
Il padre, Denis Wilson, era un militare britannico di stanza alla NATO. La madre, Rachele, napoletana, lo aveva conosciuto durante la Seconda guerra mondiale. Da quell’incontro nacque, il 27 ottobre 1945 a Darlington, in Inghilterra, Giuseppe Wilson — che tutti, molto presto, avrebbero chiamato semplicemente Pino.
La famiglia si trasferì a Napoli quando era ancora bambino, e fu nelle strade del Vomero che prese confidenza con un pallone. Un’infanzia agiata, tra studio e sport, in una famiglia che non faceva mancare nulla.
Il liceo classico e i campi di periferia
A diciassette anni, nel 1963, rifiutò la prima offerta della Lazio: si sentiva troppo giovane per lasciare casa, e teneva più al liceo classico che al calcio professionistico. La gavetta la fece in casa, prima con la Juvenapoli, poi nel 1964 con la squadra aziendale della CRAL Cirio, in Serie D. Un anno dopo passò all’Internapoli, dove giocò da protagonista in IV serie.
Nel giugno 1966 indossò per la prima volta — in prestito-prova, per un torneo amichevole — la maglia della Lazio. Fu solo un assaggio: tornò a Napoli, contribuì alla promozione dell’Internapoli in Serie C, e nella stagione 1968/69 sfiorò con quella squadra un clamoroso terzo posto che valeva quasi la Serie B.

Un’amicizia che cambia una carriera
Fu in quegli anni che Wilson strinse amicizia con un nuovo compagno arrivato dalla Massese: Giorgio Chinaglia. Le loro prestazioni non passarono inosservate: un osservatore della Lazio segnò i loro nomi su un taccuino, e nell’estate 1969 il presidente biancoceleste Umberto Lenzini li portò entrambi a Roma.
La notizia passò quasi inosservata, annunciata durante i festeggiamenti per una promozione in cui Wilson era ancora uno sconosciuto. Ma l’allenatore Juan Carlos Lorenzo credette subito in lui, lo fece allenare con i titolari e lo schierò già alla prima di campionato, il 14 settembre 1969. Quell’annata finì con una retrocessione in Serie B, ma Wilson ne uscì con la reputazione intatta.
Capitano di una banda di teste calde
Con l’arrivo in panchina di Tommaso Maestrelli, nel 1971, tutto cambiò. Il nuovo allenatore gli affidò la fascia di capitano, intuendone le doti di leader in uno spogliatoio diviso in clan — da una parte Wilson e Chinaglia, dall’altra Luigi Martini e Luciano Re Cecconi. Anni dopo, lo stesso Wilson avrebbe ammesso in un’intervista: “forse si è romanzato, è vero, ma la verità era quella”.
Fare da paciere non era semplice: prima di una trasferta a Terni, nell’ottobre 1971, i compagni si rifiutarono di andare in ritiro per una disputa economica con la società. Wilson, non riuscendo a ricomporre lo strappo, provò a restituire la fascia a Maestrelli. Il tecnico rifiutò di riprenderla.
Nel frattempo Wilson si era iscritto a Legge, raro fra i calciatori del suo tempo, e aveva aperto un’attività di assicurazioni. In campo, la stagione 1972/73 lo consacrò: la Lazio subì appena sedici reti in tutto il campionato, con Wilson libero davanti al portiere, Pietro Facco e Martini sugli esterni, Pietro Oddi a completare il reparto.
Era una squadra di teste calde che si sfidava anche in allenamento, pur di non perdere mai, nemmeno a Tor di Quinto. Wilson vi si trovava perfettamente a suo agio.

Notti di ritiro
Fuori dal campo, quella Lazio viveva con la stessa intensità con cui giocava. Wilson non disdegnava mai un confronto fisico nemmeno agli allenamenti, dove arrivò più volte alle mani con Mario Frustalupi. In ritiro, lui e i compagni portavano con sé pistole calibro 38, da usare contro bottiglie e lampioni per ammazzare il tempo tra una seduta e l’altra.
Un episodio, raccontato più volte negli anni, è diventato quasi leggenda: prima di un derby di ritorno, una soffiata avvertì la squadra che alcuni tifosi avversari si sarebbero intrufolati nel ritiro per disturbare il sonno dei giocatori e innervosirli in vista della gara. Wilson e compagni non si persero d’animo: attesero i “visitatori” imbracciando armi vere, come un plotone pronto all’imboscata. I malcapitati finirono in fuga sotto una gragnola di colpi sparati in aria, in una scena a metà tra il comico e il grottesco che la squadra avrebbe raccontato per anni.
La ferita di Napoli
La corsa verso lo scudetto si fermò a novanta minuti dal traguardo, contro il Napoli — la sua Napoli. Dopo un alterco acceso nella gara d’andata, Wilson sapeva che in città, prima o poi, gliel’avrebbero fatta pagare. Così fu: la Lazio perse 1-0, lasciando sfumare un sogno che sembrava a portata di mano.
Negli spogliatoi, Wilson sfogò la rabbia con chiunque gli capitasse a tiro, prima di scoppiare in un pianto che nessuno riuscì a fermare. Fu criticato per quelle intemperanze, ma la delusione era più forte di ogni prudenza.
Il tricolore e le lacrime di gioia
Quella ferita si rimarginò l’anno dopo. La stagione 1973/74 fu un crescendo di vittorie — contro Juventus, Milan, due volte la Roma, e di nuovo il Napoli, stavolta battuto. Il 12 maggio 1974, in un Olimpico tutto biancoceleste, la Lazio superò il Foggia e vinse il suo primo scudetto.
Al fischio finale i tifosi spogliarono Wilson dei vestiti di dosso; solo l’intervento dei Carabinieri gli permise di raggiungere nudo gli spogliatoi, in lacrime per la gioia. Arrivò anche la Nazionale: l’esordio il 26 febbraio 1974 contro la Germania Ovest, poi due presenze ai Mondiali in Germania, eliminazione compresa.
Un lutto dopo l’altro

Gli anni successivi furono segnati dal dolore. Maestrelli si ammalò gravemente; Wilson, legatissimo a lui, arrivava a piangere in campo per la rabbia e l’impotenza. L’allenatore tornò brevemente in panchina, poi morì nel dicembre 1976, pochi giorni dopo un derby che Wilson gli aveva voluto dedicare.
Poche settimane più tardi arrivò un’altra notizia che sconvolse tutti: il compagno di squadra Luciano Re Cecconi era rimasto ucciso, scambiato per un rapinatore durante uno scherzo finito in tragedia. Wilson, da capitano, dovette tenere in piedi una squadra piegata dal lutto.
Sei mesi a New York
Nell’estate 1978, su invito di Chinaglia — che da due anni giocava nei New York Cosmos — Wilson attraversò l’Atlantico. Con i Cosmos vinse il Soccer Bowl, premiato come miglior giocatore della finale contro i Tampa Bay Rowdies. L’amico avrebbe voluto trattenerlo in America, ma Wilson scelse di tornare alla Lazio per un’ultima, inattesa stagione da protagonista.
La notte di Vincenzo Paparelli
Il 28 ottobre 1979, prima di un derby, un razzo di segnalazione partito dalla curva giallorossa colpì e uccise un giovane tifoso laziale, Vincenzo Paparelli. Nel caos dello stadio, fu Wilson ad andare sotto la curva per parlare con i propri tifosi e scongiurare il peggio. Raccontò poi: “ero a conoscenza del ferimento del tifoso e non della sua morte, forse è stato meglio giocare”. La partita si giocò, finì 1-1, e mezzo stadio tornò a casa in silenzio.
Il Totonero
La stagione che doveva chiudersi senza grandi pretese si trasformò nell’incubo peggiore. Il 23 marzo 1980 Wilson fu arrestato insieme ai compagni Bruno Giordano, Lionello Manfredonia e Massimo Cacciatori, coinvolti nello scandalo Totonero. Dieci giorni nel carcere di Regina Coeli, l’accusa di aver pilotato un pareggio di punti con il Milan di Felice Colombo nella gara del 6 gennaio 1980.
Wilson ne avrebbe sempre parlato pochissimo. La giustizia sportiva lo squalificò per tre anni e la Lazio retrocesse in Serie B. Chiuse la carriera in Italia con 324 presenze e sei gol, prima di un’ultima, dimenticata stagione con l’Inter Montréal, in Canada, nel 1983.

Il silenzio dopo la squalifica
Dopo la condanna, Wilson rinunciò a un contratto da dirigente che aveva già in tasca e per anni non mise più piede allo stadio. Lo convinsero a tornarci una volta sola. Nel 1994 il suo nome finì di nuovo sui giornali, questa volta per un’indagine su un giro di riciclaggio di dollari falsi, di cui si parlò a lungo ma che non lasciò conseguenze giudiziarie durature.
Restò comunque legato a quel mondo come opinionista televisivo e radiofonico, voce rispettata quando si parlava di Lazio e di calcio romano. Nel 2013 il giornalista Vincenzo Di Michele gli dedicò una biografia, Pino Wilson: vero capitano d’altri tempi, che ricostruiva quegli anni e quello spogliatoio diviso in clan.
L’ultimo saluto di Roma
Nel gennaio 2000, per la festa del centenario biancoceleste, Wilson rimise la maglia numero 4 per un’esibizione con i compagni del 1974: l’ovazione dei tifosi fu il segno che Roma, in fondo, lo aveva già perdonato. “Siamo stati veramente una bella squadra, un po’ atipica però allo stesso tempo innovativa”, avrebbe detto anni dopo, ricordando quella Lazio.
Morì a Roma nella notte tra il 5 e il 6 marzo 2022, colpito da un ictus nel sonno, a pochi mesi dal suo settantasettesimo compleanno. Il club lo salutò con un messaggio diventato subito virale: “insieme siamo diventati campioni”. Il feretro fu accolto in Campidoglio prima dell’ultimo saluto, e Wilson fu sepolto nel cimitero di Prima Porta, nella tomba della famiglia Maestrelli, accanto all’allenatore che lo aveva reso capitano e all’amico Chinaglia che lo aveva portato a Roma.
Restano agli atti 392 presenze complessive con la maglia biancoceleste, 309 delle quali con la fascia al braccio: nessuno, nella storia della Lazio, ha indossato più a lungo quei gradi.