L’Italia a Euro 72: l’amaro tramonto dei «Messicani»

Il secondo posto ai Mondiali del 1970 avrebbe dovuto proiettare l’Italia verso un ciclo lungo e vincente. Quella squadra, forgiata nell’altura di Città del Messico, si era arresa solo al Brasile di Pelé nella finale dell’Azteca, e aveva tutto per restare la spina dorsale della nazionale ancora per anni: Albertosi tra i pali, la difesa di Burgnich e Facchetti, il centrocampo di Gianni Rivera e Sandro Mazzola, davanti la furia di Gigi Riva.

Ma il ritorno da Città del Messico non fu tutto festa. La staffetta tra Mazzola e Rivera in finale — con il fantasista del Milan lasciato in campo per appena sei minuti — scatenò una polemica che non si sarebbe mai davvero spenta. Il ct Ferruccio Valcareggi e il suo vice Mandelli rientrarono a Fiumicino tra i fischi, costretti quasi a defilarsi davanti ai tifosi più inferociti.

Nonostante tutto, l’Italia arrivò agli Europei del 1972 da favorita assoluta, con un girone di qualificazione alla portata contro Austria, Svezia e Irlanda. Bastarono pochi mesi perché quel pronostico si trasformasse in un lungo calvario.

L’infortunio di Riva a Vienna

Il vecchio Prater di Vienna, il 31 ottobre 1970, si presentò spazzato dal vento e già immerso nel freddo dell’autunno austriaco. L’Italia schierava quasi integralmente la formazione di Città del Messico, con Rivera al posto di Boninsegna e Mazzola spostato al centro dell’attacco.

La partita si mise bene: De Sisti portò avanti gli azzurri al 27′, su assist di Riva; il pari di Parits durò solo due minuti, perché Mazzola riportò l’Italia in vantaggio al 35′. Fin lì, una serata di ordinaria amministrazione.

Poi, nella ripresa, il mediano austriaco Norbert Hof arrivò in ritardo su Riva a centrocampo. Un intervento duro, imprudente. Riva rimase a terra, e la barella entrò in campo tra il silenzio dello stadio. La diagnosi, firmata dal medico federale Fino Fini, non lasciava spazio a ottimismi: frattura del terzo inferiore del perone destro e lacerazione parziale dei legamenti.

Sulla barella, durante il volo di rientro, Riva trovò comunque la forza per sdrammatizzare: «Sono gli incerti del mestiere. Hof non l’ha fatto apposta». Ma quel contrasto costò caro: al Cagliari, eliminato di lì a poco dall’Atletico Madrid in Coppa dei Campioni, e soprattutto alla nazionale più forte d’Europa, che da quella sera iniziò lentamente a smarrirsi.

I cambi di formazione di Valcareggi

Senza Riva, Valcareggi si trovò costretto a sperimentare. A Firenze, contro l’Irlanda, toccò a Boninsegna vestire i panni del centravanti, con Mazzola dirottato a interno destro e Rivera inizialmente escluso per fare posto a Prati sulla fascia. Il 3-0 finale nascose a fatica i primi scricchiolii.

Fu però a Cagliari, il 20 febbraio 1971, che Valcareggi compì la scelta più contestata. Per l’inaugurazione del nuovo Sant’Elia, organizzò un’amichevole contro la Spagna escludendo tutti i giocatori rossoblù: niente Albertosi, niente Domenghini, nemmeno Cera, ufficialmente infortunato. I tifosi sardi non la presero bene. La Spagna vinse 2-1, e dagli spalti piovvero arance per tutta la partita: una colpì in pieno volto il presidente federale Artemio Franchi, che la prese con filosofia: «Ho preso un’aranciata nell’intervallo».

A Dublino, Valcareggi tornò sui suoi passi, richiamando Albertosi, Cera e Prati, con Mazzola spedito addirittura all’ala destra. La vittoria per 2-1 sulla modesta Irlanda non bastò a nascondere un problema più profondo: la squadra aveva smarrito la propria identità.

Il ritorno di Riva contro la Svezia

Italia-Svezia 3-0: Rivera e Mazzola insieme

Nell’ottobre del 1971, il San Paolo di Napoli regalò l’ultima, grande serata dell’Italia dei messicani. Tornato dal lungo infortunio, Riva segnò una doppietta nel 3-0 rifilato alla Svezia, con il gol di mezzo firmato da Boninsegna.

Valcareggi aveva provato una formula nuova, inserendo Romeo Benetti a centrocampo e facendo coesistere Mazzola e Rivera, con il primo ancora sacrificato sulla fascia destra, ruolo che non amava. De Sisti finì fuori dagli undici titolari, segno di un rinnovamento ormai in corso.

Quella vittoria sembrò spazzare via i dubbi accumulati nei mesi precedenti. Ma fu un’illusione, l’ultimo bagliore di una stella ormai prossima a spegnersi: il successivo 2-2 casalingo contro l’Austria, arrivato a qualificazione già conquistata, con l’autogol del debuttante Santarini, confermò che la solidità dei tempi migliori si era ormai persa.

L’eliminazione contro il Belgio

Rosato cerca di contrastare Van Himst nella gara di Andata giocata a San Siro

La doppia sfida contro il Belgio valeva la semifinale, e si trasformò nel canto del cigno dell’Italia dei messicani. All’andata, a San Siro, il 29 aprile 1972, gli azzurri non andarono oltre uno 0-0 avaro di emozioni: solo un grande intervento di Albertosi su Van Himst evitò guai peggiori.

Per il ritorno, il Belgio scelse uno stadio più piccolo e raccolto, lontano dai quarantamila posti dell’Heysel, per stringere gli spazi e scaldare l’ambiente. Valcareggi, sempre più in affanno, rivoluzionò ancora la formazione: lanciò l’esordiente Spinosi come stopper, richiamò Bertini a centrocampo e insistette con Mazzola all’ala destra, nonostante i precedenti fallimenti in quel ruolo.

Il Belgio passò al 23′ con un colpo di testa di Wilfried Van Moer, su cross di Semmeling da punizione. Fu l’apice e insieme la fine della sua partita: sul finire del primo tempo, un intervento duro di Bertini gli spezzò la gamba, un’eco quasi beffarda dell’infortunio subito da Riva diciotto mesi prima sull’altro fronte.

Van Himst raddoppiò al 71′, e il rigore trasformato da Riva all’86’ servì solo a rendere il passivo meno amaro. L’Italia era fuori dagli Europei, eliminata da una squadra più determinata che tecnicamente attrezzata.

Van Moer ha appena portato in vantaggio i belgi. Sconcerto in area azzurra…

La fine di un ciclo

Mentre l’Italia piangeva la propria eliminazione, la Germania Ovest di Helmut Schön iniziava la sua ascesa. Franz Beckenbauer dirigeva la difesa con l’eleganza di un direttore d’orchestra, Günter Netzer dettava i ritmi a centrocampo, e Gerd Müller si confermava una sentenza sotto porta. In finale, i tedeschi travolsero l’Unione Sovietica 3-0, con la doppietta di Müller e il gol di Wimmer. Il Belgio, che aveva eliminato gli azzurri, si consolò con il terzo posto, superando l’Ungheria grazie ancora a Van Himst e Lambert.

Ci vollero due anni, e il disastro dei Mondiali di Germania del 1974, perché il calcio italiano accettasse fino in fondo che l’epoca dei messicani era davvero tramontata. Restavano i ricordi: il trionfo europeo del ’68, la finale mondiale del ’70, le prodezze di Riva, i duelli tra Rivera e Mazzola, le parate di Albertosi. Un’eredità ingombrante, che per anni avrebbe pesato sulle spalle di chi sarebbe venuto dopo.


Autore: Storie di Calcio