“La Ternana ha davvero camminato sulla Luna? O è stato solo un sogno collettivo mai avveratosi?” Se lo chiedeva Gianluca Diamanti nel suo libro Il gioco è bello quando è corto, dedicato a una delle pagine più sorprendenti e dimenticate del calcio italiano. Per due stagioni, quelle del 1970/71 e del 1971/72, la provincia umbra visse un’utopia calcistica capace di anticipare, con quarant’anni di anticipo, il gioco di posizione che oggi chiamiamo tiki-taka. Al centro di tutto, un allenatore solo: Corrado Viciani.
Dal campo alla panchina
Prima di rivoluzionare il calcio umbro, Corrado Viciani era stato un calciatore discreto: nato a Bengasi, allora parte del Regno d’Italia, il 3 dicembre 1929, da una famiglia originaria di Castiglion Fiorentino, in provincia di Arezzo, vestì la maglia della Fiorentina e fu convocato come riserva alle Olimpiadi di Helsinki del 1952. Una carriera onesta, senza acuti: 79 presenze in Serie A e nessuna maglia azzurra ufficiale.
Fu da allenatore che trovò la propria strada. Arrivò a Terni nel 1967 e, già alla prima stagione, portò la Ternana dalla Serie C alla Serie B. Il decimo posto dell’annata successiva non bastò a tenerlo legato all’Umbria: Viciani lasciò per guidare l’Atalanta e il Taranto, mettendo la propria idea di calcio alla prova di piazze più esigenti.
Tornò nell’estate del 1971, dopo aver girato l’Europa a studiare da vicino le squadre che più lo affascinavano. Non tornava a mani vuote: aveva osservato da vicino il calcio olandese e inglese, due modelli che in Italia, in quegli anni, erano quasi sconosciuti ai più. Tornava con un’idea precisa in testa, e con la determinazione di metterla in pratica fino in fondo, costi quel che costi.
Il ritorno e il Gioco Corto

Al suo ritorno, Viciani non portò soltanto esperienza: portò un metodo. Lo chiamò Gioco Corto, un football fondato sul pressing continuo e su un fraseggio fittissimo, costruito per logorare gli avversari con la velocità della palla più che con quella delle gambe. In una Terni conosciuta soprattutto per le acciaierie, quella squadra sembrava uscita da un altro decennio.
Viciani non aveva a disposizione fuoriclasse, e ne fece un pregio: costruì un sistema su misura per calciatori di buona volontà più che di grande talento. “Bisognava correre, fare passaggetti facili facili, sovrapporsi”, raccontò lui stesso in un’intervista. Era un’ossessione metodica, quasi scientifica: tabelle di preparazione atletica, corse, ripetute, in un’epoca in cui l’allenamento italiano era ancora fatto soprattutto di partitelle.
Per quel calcio radicale, i suoi giocatori lo soprannominarono “il Profeta” e “il Maestro”. “Un gioco di calci e corse è noioso”, diceva Viciani. “Qualcuno ha forse inventato il libero che gioca in quella posizione solo per raccogliere tutti i lanci lunghi?”
La corsa alla Serie A

La stagione 1971/72 fu una lunga rincorsa. La Ternana issò la propria candidatura al vertice della classifica e la tenne fino in fondo, in un campionato segnato soprattutto dal confronto con il Perugia, rivale storico che all’epoca non aveva mai conosciuto la Serie A. Batterlo, anche solo moralmente, valeva più di due punti.
Le sfide più sentite, però, furono quelle contro la Lazio: una vittoria per 1-0 e un pareggio per 1-1 che la squadra visse quasi come una rivincita sociale, contro una capitale che considerava i ternani poco più che provinciali, buoni al massimo per una gita fuori porta.
La promozione, la prima della storia del club in Serie A, divenne matematica il 13 giugno 1972, con una vittoria per 3-1 sul Novara. A Terni fu festa vera, la stessa che raccontò anni dopo Giorgio Mastropasqua, difensore di quella squadra e in seguito tra le file di Juventus, Atalanta, Bologna, Lazio e Catania: nel 1972 aveva appena ventun anni.
Gli uomini della squadra
Fu lo stesso Mastropasqua a descrivere meglio di chiunque altro quella squadra: “Quella era una squadra incredibile, con un grande allenatore. All’epoca ero molto giovane e giocavo nel ruolo di libero, con Fernando Benatti e Mauro Agretti rispettivamente alla mia destra e alla mia sinistra. Angelino Rosa giocava al centro della linea difensiva, proprio davanti a me, anche se a volte ero io a stargli davanti perché ero un libero all’olandese. In porta c’era Giancarlo Alessandrelli, mio compagno anche alla Juventus, ma probabilmente il nostro segreto era il centrocampo, dove avevamo giocatori come Romano Marinai, Antonio Cardillo e Bruno Beatrice che correvano su e giù per il campo, senza alcuna sosta. Salvatore Jacolino era il centravanti, e a volte era aiutato da Franco Selvaggi e Nicola Traini. Come potete vedere, a parte Selvaggi non c’erano giocatori famosi. Nessuno ha lasciato la Ternana per vivere una carriera importante altrove. Per questo la chiave era Viciani: non ho mai visto un allenatore come lui nel resto della mia carriera. Era più filosofo che allenatore. A volte citava Camus o Pericle, ma con i suoi giocatori operava come un dittatore”.
Come disse uno dei suoi giocatori, “non è vero che non ci faceva fare quello che volevamo, ma la cosa importante era che ciò che volevamo fosse quello che voleva lui”.
Il modello olandese

Viciani non nascondeva il proprio riferimento: l’Ajax di quegli anni, capace di un calcio totale che in Italia pochi osavano immaginare. La sera della finale di Coppa dei Campioni 1972 tra Ajax e Inter, lo dichiarò in diretta televisiva: avrebbe tifato per gli olandesi. “Per l’Inter è necessario perdere di 3 o 4 gol: sarebbe importante per tutto il calcio italiano. Perché sono gli olandesi a giocare il vero calcio, mentre in Italia gli allenatori sono interessati solo a un gioco difensivo, un calcio orribile e antiestetico”, disse. L’Ajax vinse 2-0, e la sua uscita sembrò quasi un presagio.
Per quell’ossessione, Viciani è oggi considerato un precursore di allenatori come Nils Liedholm e Arrigo Sacchi. “Il più importante esperimento di calcio collettivo in Italia fu introdotto da Corrado Viciani”, ha scritto Luigi Cavallara, autore del libro Interismo-Leninismo. “Aveva a disposizione un sacco di giocatori di livello medio e li ha costretti a giocare con passaggi corti per farli muovere insieme sul campo”.
“Gli italiani hanno bisogno di imparare il verbo ‘correre’ nel calcio”, diceva Viciani. “Guardate cosa succede con la nazionale tedesca o con quella olandese. Sembra che corrano molto, ma in realtà sono soprattutto bene organizzati”.
La prova della Serie A
L’esordio nella massima serie arrivò il 24 settembre 1972, allo stadio San Paolo di Napoli. Come era già successo spesso in Serie B, la Ternana dominò senza riuscire a concretizzare, e perse per un solo gol, beffata da un’ingenuità difensiva.
La domenica successiva, il primo di ottobre, lo stadio Libero Liberati ospitò la prima vera prova di livello: avversario il Milan di Gianni Rivera, Karl-Heinz Schnellinger, Albertino Bigon e Pierino Prati. Cardillo, Beatrice e Marinai corsero dal primo all’ultimo minuto, riempiendo l’area rossonera di palloni. Il Milan faticò ad arginare il fenomeno, ma la partita finì 0-0. Anche la stampa sportiva, in quelle settimane, si abituò a misurarsi con il “gioco corto” dei rossoverdi come con un fenomeno difficile da argomentare: i cronisti dell’epoca raccontavano di una squadra che non smetteva mai di correre, costringendo avversari ben più quotati a inseguire palloni che non riuscivano quasi mai ad agguantare.
Fino a dicembre, la Ternana sembrò poter lottare per la salvezza. Poi lo stile di Viciani, così dispendioso in termini fisici, mostrò il proprio limite: la squadra non vinse più una sola partita nel girone di ritorno. Chiuse il campionato con appena 16 punti, retrocedendo con la stessa rapidità con cui era salita.
Palermo e la Coppa Italia

Dopo la retrocessione, Viciani tornò ad allenare in Serie B, questa volta sulla panchina del Palermo, dove reimpostò subito il proprio Gioco Corto. A Terni quel modulo aveva prodotto un miracolo sportivo; in Sicilia, nel corso di due stagioni, la promozione sfuggì entrambe le volte. Il consenso attorno a Viciani restava però intatto: elegante, sempre in doppiopetto e cravatta, tanto in panchina quanto per i viali di Mondello, il tecnico toscano si era conquistato la stima di una piazza esigente come quella palermitana. E proprio in quegli anni, pur senza promozione, i rosanero raggiunsero la finale di Coppa Italia 1974 contro il Bologna: un traguardo enorme per una squadra che militava ancora in cadetteria.
Il Palermo passò in vantaggio con Sergio Magistrelli. Nel recupero, l’arbitro Sergio Gonella assegnò al Bologna un calcio di rigore molto contestato: lo trasformò Beppe Savoldi, portando la partita ai tiri dal dischetto. Il Bologna vinse la lotteria dei rigori, e con essa si chiuse anche la favola di quella seconda, inattesa cavalcata di Viciani.
Gli ultimi anni
Viciani continuò ad allenare fino al 1990, tornando anche a Terni nel 1988, ma il suo Gioco Corto non ritrovò più la stessa forza dirompente: il calcio italiano, nel frattempo, era cambiato, e quella rivoluzione che lui aveva provato a imporre da solo, contro la cultura dominante del catenaccio e del contropiede, non aveva più bisogno di un unico profeta isolato in provincia. Nella seconda metà degli anni Ottanta, i successi del Milan di Arrigo Sacchi avvicinarono finalmente il calcio italiano a un’idea di gioco collettivo e di marcatura a zona molto simile a quella che Viciani aveva predicato quindici anni prima, quasi da solo, inascoltato dai più e deriso da parte della stampa dell’epoca, che considerava la sua ostinazione poco più di una bizzarria toscana.
Si spense il 12 febbraio 2014 a Cortona, in provincia di Arezzo, a 84 anni. Di sé diceva una cosa semplice: “Un allenatore ha le sue idee e deve applicarle”.
A Terni, più di cinquant’anni dopo quella promozione, la città continua a raccontare la squadra che per una stagione intera giocò un calcio arrivato in anticipo sul proprio tempo.