La tragedia dell’Heysel

Il 29 maggio 1985 lo stadio Heysel di Bruxelles avrebbe dovuto ospitare soltanto una partita di calcio: la finale di Coppa dei Campioni tra la Juventus di Michel Platini e Zbigniew Boniek e il Liverpool di Kenny Dalglish, la squadra che nei sette anni precedenti aveva già alzato quel trofeo per quattro volte. Era il calcio degli anni Ottanta, quello dei campioni stranieri che stavano cambiando il volto dei campionati europei — l’anno prima era sbarcato a Napoli Diego Armando Maradona — ed era anche, in parallelo, il calcio degli hooligan, che da anni accompagnavano le trasferte delle squadre inglesi con un seguito di violenza organizzata e ormai temuta in tutto il continente.

Diciotto giorni prima, l’11 maggio, un incendio era divampato tra le tribune di legno dello stadio del Bradford City, in Inghilterra, uccidendo 56 persone: la prova, se ancora ce ne fosse stato bisogno, che gli impianti sportivi europei, vecchi e mai messi davvero in sicurezza, potevano trasformarsi in trappole mortali. A Bruxelles nessuno sembrò farne tesoro. Lo stesso stadio Heysel, costruito nel 1930 e mai realmente ristrutturato, stava per accogliere circa sessantamila persone dentro muri di cemento sbriciolato e recinzioni fragili, separate da poco più di un reticolato. Mancavano poche ore a una delle notti più buie nella storia del calcio europeo.

La Juve in ritiro

La Juventus arrivò a Bruxelles da una settimana serena, quasi sospesa. Il ritiro era stato fissato a Ginevra, tra allenamenti su un prato curatissimo e un’atmosfera da villeggiatura più che da vigilia europea. Un mattino i giocatori furono condotti, quasi per gioco, alla residenza dei Savoia per salutare il piccolo principe Emanuele Filiberto: una stretta di mano in fila indiana, una fotografia autografata in regalo, e via, di nuovo verso il campo.

Non c’era la tensione delle due finali perse in precedenza, a Belgrado e ad Atene. La squadra di Giovanni Trapattoni sapeva di potersela giocare alla pari con il Liverpool, la corazzata inglese che dalla fine degli anni Settanta dominava l’Europa. Lo avevano già dimostrato a gennaio, in Supercoppa, battendolo 2-0 al Comunale con una doppietta di Zbigniew Boniek. “Il Liverpool era fortissimo, ma sapevamo di poterlo battere”, avrebbe ricordato Michel Platini molti anni dopo.

Bruxelles, la vigilia

Lo stadio scelto per la finale non offriva alcuna garanzia in più: nessuna postazione di pronto soccorso adeguata all’interno del recinto, nessun piano credibile per separare in sicurezza migliaia di tifosi rivali. La mattina del 29 maggio la piazza principale di Bruxelles era coperta di vetri rotti: centinaia di tifosi inglesi avevano bivaccato tutta la notte, dormendo tra le casse di birra vuote.

Il sopralluogo pomeridiano allo stadio non tranquillizzò nessuno. Giampiero Boniperti, allora presidente bianconero, lo definì un cantiere pieno di travi di legno che sembravano clave. Tra i circa 60.000 spettatori attesi, oltre 25.000 tifosi per parte furono sistemati in curve separate da recinzioni improvvisate: nel settore Z, teoricamente neutrale, finirono migliaia di juventini insieme a spettatori belgi, proprio accanto ai settori occupati dagli inglesi.

Il crollo del muretto

Poco dopo le 19, mentre lo stadio si riempiva nel clima consueto della vigilia, gruppi di hooligan del Liverpool cominciarono a spingersi oltre le reti di separazione verso il settore Z. Le prime cariche vennero scambiate per la solita rissa da stadio. Poi la fila di tifosi juventini cedette di colpo, travolta da un’ondata di persone in fuga verso l’unica via di scampo possibile, il vecchio muretto di contenimento alla base della curva.

Il muretto crollò sotto il peso della folla. Le persone caddero le une sulle altre, schiacciate, calpestate, molte trafitte dalle punte metalliche delle transenne usate come barelle di fortuna. “Ci sono dei morti”, cominciò a circolare in tribuna stampa, mentre negli spogliatoi nessuno aveva ancora la percezione reale di quanto stesse accadendo fuori. Zbigniew Boniek ricordava solo notizie confuse di scontri, senza numeri, senza nomi.

“Giochiamo per Voi”

Alle 21.40, con lo stadio ancora presidiato da migliaia di persone che non sapevano come uscirne in sicurezza, gli organizzatori decisero comunque di far disputare la partita, nel tentativo di evitare incidenti più gravi durante lo sfollamento. Dall’altoparlante risuonò la voce di Gaetano Scirea: “State calmi, non rispondete alle provocazioni. Giochiamo per voi”. Mancavano meno di quattro anni al suo ultimo incidente stradale, in Polonia.

Il portiere Stefano Tacconi avrebbe raccontato di aver parato tutto come in trance, senza ricordare quasi nulla della partita in sé. La Juventus vinse 1-0 grazie a un calcio di rigore concesso per un fallo dubbio su Boniek fuori area: lo trasformò Platini. Davanti alla tribuna, mentre si giocava, restavano allineati i corpi delle vittime.

Dietro il vetro

Al fischio finale il trofeo fu consegnato alla squadra negli spogliatoi, senza cerimonia in campo. Alcuni giocatori fecero comunque il giro dello stadio con la coppa. Boniperti la difese sempre come “una partita vera”, ma la definizione più esatta di quella sera arrivò forse da Platini stesso, anni dopo: “Quando al circo muore il trapezista, entrano i clown”.

I quotidiani italiani del giorno dopo raccontarono la tragedia con un misto di cronaca e sgomento, ma furono i pezzi scritti a caldo, quella stessa notte, a restituirne la misura reale. Gianni Brera era arrivato all’Heysel aspettandosi una grande festa di sport, mentre fuori dallo stadio le voci sui morti crescevano di minuto in minuto — prima dieci, poi diciotto, poi trenta, infine oltre quaranta. Nel suo articolo non risparmiò la polizia belga, giudicata incapace di reggere il compito, e si chiese come si sarebbe potuto far defluire in sicurezza quindicimila tifosi italiani e altrettanti inglesi ormai separati da un odio dichiarato. Chiuse con amarezza: “A quel punto siamo giunti. Poiché si gioca, mi tocca guardare”.

Mario Sconcerti, a bordocampo, scriveva quasi in diretta, mentre Juventus e Liverpool avrebbero dovuto essere solo a metà del primo tempo. Raccontò la terra di nessuno che separava le due curve, presidiata da nessuno, e come i primi spintoni fossero sembrati la solita rissa da stadio. Poi il fronte dei tifosi juventini cedette all’improvviso, travolto da un’ondata che si trasformò in una fuga verso l’unica via di scampo, il terreno di gioco. “Ho visto decine e decine di persone cadere dall’alto delle transenne e stramazzare al suolo”, scrisse, mentre la polizia belga, quella sera, non riuscì a intervenire in tempo. Mentre Boniek cadeva in area e Platini trasformava il rigore, l’altoparlante annunciava che tra le vittime potesse esserci anche l’intera squadra giovanile dell’Anderlecht.

Il conto della tragedia

Il bilancio finale fu di 39 morti — 32 italiani, quattro belgi, due francesi e un cittadino nordirlandese — e oltre 600 feriti. Tra le vittime, il più giovane aveva undici anni. Una di esse, Roberto Lorentini, giovane medico, morì schiacciato dopo essere tornato tra la folla per soccorrere un bambino: suo padre Otello Lorentini avrebbe poi fondato il Comitato Vittime dell’Heysel per seguire il processo e tutelare le famiglie.

L’inchiesta britannica esaminò minuti di filmati amatoriali e centinaia di fotografie. Ventisei tifosi del Liverpool furono estradati e processati insieme a tre dirigenti belgi, tra cui il segretario della federcalcio Albert Roosens. Il processo si chiuse nella primavera del 1989: quattordici hooligan furono condannati a pene detentive con la condizionale, undici assolti; anche Roosens e un ufficiale della gendarmeria furono giudicati colpevoli di negligenza. La UEFA fu condannata, insieme allo Stato belga, a risarcire le famiglie delle vittime.

Le conseguenze

Sul piano sportivo, la UEFA escluse tutti i club inglesi dalle coppe europee per cinque stagioni, con un anno in più di squalifica per il solo Liverpool. Quindici squadre pagarono quel bando, e nel 1985 non si giocò nemmeno la Supercoppa Europea, perché la Juventus avrebbe dovuto affrontare proprio una squadra inglese, l’Everton. In Belgio la vicenda arrivò fino in parlamento, travolgendo carriere politiche legate alla gestione dell’ordine pubblico di quella sera.

Lo stadio Heysel restò chiuso al calcio internazionale per anni, prima di essere completamente ristrutturato tra il 1994 e il 1995 e ribattezzato Re Baldovino. Il 7 marzo 1990 il Milan fu la prima squadra italiana a tornarci, per un quarto di finale di Coppa dei Campioni: quella sera fu ritirata simbolicamente la maglia numero 39 della Nazionale. Dal 2000 una lapide di marmo nero, con trentanove piccole tacche incise, ricorda i nomi delle vittime; cinque anni dopo, una meridiana dell’artista francese Patrick Rimoux fu inaugurata accanto allo stadio come monumento permanente.

Una ferita che resta aperta

Juventus e Liverpool si ritrovarono in campo una sola volta dopo quella notte, ai quarti di Champions League del 2004: la Kop di Anfield espose una coreografia con la scritta “amicizia”, accolta con freddezza dalla tifoseria bianconera. Platini non giocò più con la stessa leggerezza di prima e per anni evitò di tornare pubblicamente su quel rigore. Boniperti ricordava di aver visto i corpi allineati all’obitorio come in tempo di guerra, e di aver dovuto scegliere, quella notte, tra la cronaca e il pudore.

Restano i nomi, scolpiti su una lastra di marmo in un impianto che oggi ha tutt’altra forma e tutt’altro nome. Resta la prima Coppa dei Campioni della storia bianconera, mai davvero festeggiata. E resta, in fondo, l’immagine di quel vetro sporco di sangue che quella sera separò per sempre il campo dal resto del mondo.


Autore: Storie di Calcio