Osvaldo Ardiles: fosforo argentino

“La mia posizione era un po’ difficile da definire: metà creatore di gioco e metà difensore. Non ero un tipo di giocatore col fisico di quelli attuali, ma piuttosto un centrocampista puro che raramente entrava in entrambe le aree. Il mio compito era quello di liberare il playmaker per dargli il tempo e lo spazio per creare.”

Fare la cosa semplice, nel calcio, è spesso la cosa più complicata da fare bene. Osvaldo César Ardiles ne fece un mestiere per vent’anni, senza mai alzare la voce, senza mai un gesto di troppo.

Il ragazzo di Córdoba

Ardiles nacque a Córdoba il 3 agosto 1952, un bambino magro e minuto che crebbe per le strade della città con un pallone sempre tra i piedi. Nel vivaio dell’Instituto conobbe, giovanissimo, un coetaneo destinato anche lui alla gloria, Mario Kempes, prima che le loro strade calcistiche si dividessero: Kempes verso il gol facile, Ardiles verso la regia.

Il soprannome che lo avrebbe accompagnato per tutta la vita, “el Pitón”, gli fu affibbiato da un allenatore delle giovanili che evidentemente non guardava troppo per il sottile: un pitone è un serpente enorme, Ardiles era un ragazzino di un metro e settanta. L’ironia del contrasto piacque, e il nome rimase.

Passò poi per il Belgrano, sempre in terra cordobese, finché nel 1975 non fece le valigie per Buenos Aires. Ad attenderlo c’era l’Huracán, il club del quartiere di Parque Patricios, dove arrivò un centrocampista sottile, con un’aria da intellettuale e gli studi di legge quasi conclusi.

La scuola di Menotti

All’Huracán trovò anche l’uomo che gli avrebbe cambiato la carriera: Luis César Menotti, allora tecnico della squadra. Fu lui a intuire, dietro un gioco semplice e poco appariscente, un cervello di centrocampo fuori dal comune.

Ardiles debuttò in Nazionale nel 1977, tra lo scetticismo di chi non capiva un calcio così asciutto, privo di numeri e di fronzoli. Bastarono pochi mesi perché diventasse insostituibile: passaggio preciso, lettura del gioco, la capacità di infilarsi sempre nella piega decisiva dell’azione. Decenni dopo, qualcuno gli avrebbe chiesto a chi somigliasse il suo calcio. “Xavi del Barcellona giocava un po’ come giocavo io”, rispose lui, senza falsa modestia ma senza nemmeno troppa enfasi: era, appunto, una semplice constatazione tecnica.

Campioni del mondo

Menotti, diventato commissario tecnico, costruì attorno a lui l’ossatura dell’Argentina che nel 1978 doveva vincere il Mondiale organizzato in casa. In un centrocampo pensato per far rifiatare le fantasie di Mario Kempes e Daniel Bertoni, Ardiles era il metronomo che copriva campo per due, portava palla, apriva per gli altri e tornava indietro: il lavoro che non si vede sui giornali del giorno dopo, ma che le squadre vincenti ricordano sempre di avere avuto. Giocò sei partite su sette, saltando solo la sfida col Perù, e fu tra i protagonisti silenziosi di un trionfo arrivato sotto gli occhi dei generali della dittatura. Nella classifica dei migliori del torneo lo misero subito dopo Mario Kempes, alla pari con il portiere Ubaldo Fillol.

Lo sbarco a Londra

Il titolo mondiale gli aprì le porte dell’Europa in un momento in cui il calcio inglese diffidava degli stranieri: fino ad allora gli unici tesserati non britannici erano scozzesi e gallesi. Keith Burkinshaw, allenatore del Tottenham Hotspur, decise di rompere la consuetudine e portò a Londra sia Ardiles sia il connazionale Ricardo Villa, entrambi reduci dal trionfo mondiale, per una cifra complessiva attorno alle 750.000 sterline.

L’adattamento non fu immediato: il campionato inglese, fisico e verticale, era un altro sport rispetto al calcio di manovra a cui Ardiles era abituato. Il successo arrivò comunque presto, trentotto presenze nella prima stagione e quaranta nella seconda, mentre il pubblico di White Hart Lane imparava ad amare quel piccolo regista capace di correre per novanta minuti senza mai sembrare stanco. Ardiles, dal canto suo, non imparò mai a pronunciare correttamente il nome del club: per lui, fino alla fine, restò sempre “Tottingham”.

Nel 1981 il Tottenham raggiunse la finale di FA Cup, la centesima nella storia del torneo. Il duo musicale Chas & Dave scrisse per l’occasione una canzone dedicata proprio ad Ardiles e al suo sogno di giocare a Wembley, diventata in pochi giorni l’inno della tifoseria. La finale contro il Manchester City finì 1-1 e servì una ripetizione: la vinsero gli Spurs 3-2, grazie anche a una doppietta di Ricardo Villa che comprendeva un gol in slalom tra mezza difesa avversaria, eletto vent’anni più tardi il più bel gol mai segnato a Wembley.

Villa Park, aprile 1982

L’anno dopo il copione sembrò ripetersi, ma la storia prese una piega diversa. Il 3 aprile 1982 Ardiles scese in campo a Villa Park per la semifinale di FA Cup contro il Leicester City. Il giorno prima l’Argentina aveva occupato le Falkland, le Malvine per gli argentini, riaprendo dopo un secolo e mezzo una contesa con il Regno Unito che Margaret Thatcher trasformò subito in guerra vera.

I tifosi del Leicester lo bersagliarono per tutta la partita, intonando cori patriottici contro di lui e contro Villa. A rispondere furono i tifosi del Tottenham, che gridarono in coro il nome del suo Paese: un gesto d’affetto, in un momento in cui affetto e politica erano diventati due cose difficili da separare. La famiglia di Ardiles fu messa sotto scorta per ragioni di sicurezza, e a lui fu consigliato di non scendere in campo. Giocò comunque.

Un lutto in famiglia

Il conflitto, per Ardiles, smise presto di essere una faccenda lontana. Il 1° maggio 1982 suo cugino José Leonidas Ardiles, ventisette anni, primo tenente della VI Brigata Aerea, venne abbattuto in combattimento mentre pilotava un Mirage Dagger sui cieli delle Falkland, colpito da un missile Sidewinder lanciato da un Harrier della Royal Navy.

“La morte di mio cugino mi colpì terribilmente: la guerra l’avevo sempre considerata un evento lontano, e invece mi era entrata in casa”, raccontò anni dopo Ardiles. Subito dopo la partita col Leicester era volato in Argentina per preparare il Mondiale di Spagna, dove la Nazionale perse 1-0 contro il Belgio, travolse 4-1 l’Ungheria — con un gol dello stesso Ardiles — e superò 2-0 il El Salvador, prima di essere eliminata nel girone successivo da Italia e Brasile. In quel torneo Ardiles scese in campo con un numero insolito sulla schiena: l’1, assegnato per rigoroso ordine alfabetico a tutta la rosa, Diego Maradona escluso, che tenne la sua decima di sempre.

Chiuso il torneo e terminata la guerra, il Tottenham lo cedette in prestito al Paris Saint-Germain per qualche mese, prima di richiamarlo a Londra. Ricardo Villa, intanto, era stato escluso dalla squadra che quell’anno tornò a Wembley e vinse ancora la FA Cup contro il Queens Park Rangers: il conflitto nell’Atlantico del Sud aveva raggiunto anche gli spogliatoi.

Coppe, un film e un addio

Rientrato dal prestito francese, con la maglia degli Spurs Ardiles vinse poi la Coppa UEFA nel 1984, in una rosa che nel frattempo si era rinnovata attorno a lui e a Glenn Hoddle. Restò al Tottenham fino al 1988, poi chiuse la carriera inglese proprio al Queens Park Rangers, un anno più tardi. Nel mezzo trovò anche il tempo per il cinema, interpretando sé stesso calcisticamente parlando in “Fuga per la vittoria” di John Huston, nei panni di un prigioniero di guerra alleato impegnato in una partita-simbolo contro la Germania nazista. La scena più ricordata lo vede eseguire una “bicicletta” perfetta sopra la testa del terzino avversario, con la colonna sonora di Bill Conti a sottolineare la giocata.

Il maestro rimasto nel calcio

Diventato allenatore, Ardiles portò subito lo Swindon Town dalla Second Division fino alla promozione in First Division, conquistata ai playoff nel 1990 con un modulo a rombo e un calcio arioso che la stampa locale ribattezzò “samba style”, lontanissimo dal gioco lungo a cui la squadra era abituata. La gioia durò dieci giorni: la Football League scoprì pagamenti irregolari ai giocatori risalenti alla gestione precedente e tolse al club la promozione appena conquistata, proprio mentre Ardiles stava festeggiando il salto di categoria più importante della sua giovane carriera di tecnico.

Seguirono il Newcastle United, dove durò una stagione prima di lasciare il posto a Kevin Keegan, e il West Bromwich Albion, condotto nel 1993 a un’altra promozione tramite playoff, questa volta senza contestazioni. Pochi mesi dopo tornò al Tottenham da allenatore: firmò Jürgen Klinsmann, ma fu esonerato nell’ottobre 1994 con la squadra nella parte bassa della classifica, proprio mentre gli Spurs scontavano sanzioni per irregolarità finanziarie di anni prima. Il destino, con Ardiles, amava le rime.

Da lì iniziò un giro del mondo in panchina lungo quasi vent’anni: Messico, Giappone — dove nel 2004 vinse la Coppa dell’Imperatore col Tokyo Verdy — Croazia, Arabia Saudita, Israele, Paraguay e il ritorno in Argentina, alla guida di Racing Club e del suo vecchio Huracán.

Nel febbraio 2008, trent’anni dopo quel trasferimento che aveva cambiato il calcio inglese, Ardiles e Ricardo Villa furono inseriti insieme nella Hall of Fame del Tottenham Hotspur: il cerchio si chiudeva dove tutto era cominciato. Da allora Ardiles ha vissuto il calcio soprattutto dai microfoni, come commentatore, con la stessa voce pacata di sempre.

“Ho imparato più da Menotti che da chiunque altro nel calcio. Fu una parte integrale del mio sviluppo e mi fece crescere con una filosofia che dava importanza al divertire e al giocare un calcio di qualità”, disse una volta Ardiles: il “Pitone” per gli argentini, “Ossie” per tutto il resto del mondo del pallone.


Autore: Storie di Calcio