Un ragazzino osserva l’allenamento appoggiato alla rete del campo, nel quartiere di Botafogo, a Rio de Janeiro. Dall’altra parte, un’ala destra bassa e sghemba inventa un dribbling che fa ridere persino i compagni presi in giro. Quel ragazzino si chiama Jair Ventura Filho, venuto al mondo proprio a Rio de Janeiro il giorno di Natale del 1944 e conosciuto da tutti come Jairzinho; quell’ala è Mané Garrincha, “l’allegria del popolo”, l’uomo che la sua famiglia si ritrovò per vicino quasi per caso, dopo il trasferimento dal municipio di Duque de Caxias a via General Severiano, proprio accanto alla sede del Botafogo.
Vivere a un passo dal club più forte del Brasile significava una cosa sola per chi respirava pallone come lui: guardare ogni giorno all’opera Nilton Santos, Didi, Zagalo, Amarildo, Quarentinha e lo stesso Garrincha, e sognare di finirci dentro. Nel 1958 Jairzinho entrò nel settore giovanile del club, naturalmente sull’ala destra: quale altro ruolo avrebbe potuto scegliere, con Manè come modello quotidiano? Vinse tre campionati juniores consecutivi, dal 1961 al 1963, prima di affacciarsi in prima squadra.
L’ombra di Garrincha
L’esordio arrivò nel 1963, ma un posto fisso non era cosa semplice da conquistare: davanti a lui c’era un intoccabile. Jairzinho dovette reinventarsi, spostandosi dall’ala al centro dell’attacco, e lì scoprì un fiuto del gol che nessuno gli aveva insegnato. Dove Garrincha era genio, fantasia e dribbling imprevedibile, lui costruì il proprio gioco su potenza fisica e accelerazione: fianchi robusti, ginocchia tese, una resistenza ai contrasti che gli permetteva di reggere qualunque entrata. Più atleta che artista, certo, ma con un tiro devastante.
Nel 1965 Garrincha lasciò il fogão, e a Jairzinho toccò un compito scomodo: raccogliere quella maglia numero 7 senza far rimpiangere il suo proprietario. Qualcosa di simile a quanto sarebbe toccato, anni dopo, a Gianfranco Zola a Napoli, primo erede della maglia di Diego Armando Maradona. Jairzinho affrontò la sfida senza timori reverenziali, mostrando fin da subito che il suo calcio non doveva somigliare a quello del maestro per avere lo stesso valore.

Inghilterra 1966
Il primo Mondiale arrivò presto, troppo presto forse per lasciare un segno. Il commissario tecnico Vicente Feola lo convocò per la spedizione inglese del 1966, ma fu un’esperienza amara per l’intera Seleção: Pelé venne colpito a ripetizione dai difensori avversari senza che gli arbitri intervenissero, e il Brasile, tra le favorite alla vigilia, uscì già al primo turno, eliminato dal Portogallo di Eusébio e dall’Ungheria di Albert. Jairzinho scese in campo in tre occasioni, troppo poco per incidere davvero, ma abbastanza per imparare quanto potesse essere spietato un Mondiale quando le cose si mettono male. Fu una lezione che si sarebbe rivelata preziosa quattro anni più tardi.
Il numero 10
Nel 1967 arrivò la richiesta che più di ogni altra racconta il suo carattere: Jairzinho chiese e ottenne il cambio dalla mitica maglia numero 7 alla 10. Non voleva essere semplicemente l’erede di Manè, voleva essere Jairzinho. Cambiò anche posizione, arretrando da mezzapunta-trequartista, anche se gli allenatori continuavano spesso a schierarlo da centravanti puro per sfruttarne la potenza offensiva.
Il Botafogo di quegli anni non aveva più la rosa leggendaria dei primi anni Sessanta, ma restava una macchina da trofei. Al fianco di Jairzinho giocavano Gerson, Paulo Cesar Caju e Paulo Cesar Lima. Con loro arrivò la Taça Brasil del 1968, allora l’unico vero torneo nazionale in assenza del Brasileirão, oltre a due titoli consecutivi del Campeonato Carioca (1967 e 1968). Nella sola Taça Guanabara di quell’anno Jairzinho segnò nove gol in undici partite, un bottino che da solo spiega perché i tifosi alvinegri lo considerassero ormai un idolo a tutti gli effetti. Resta impresso anche il 6-0 inflitto all’arcirivale Flamengo nel 1972, con una tripletta proprio sua.
Messico 1970

Il cammino verso il secondo Mondiale fu tutt’altro che semplice. Dopo aver conquistato la qualificazione, Jairzinho si fratturò il quarto e il quinto metatarso di un piede; appena rimesso in piedi, si ruppe la gamba destra. Mentre lui lottava per recuperare, a marzo del 1970 la giunta militare che governava il Brasile esonerò il commissario tecnico João Saldanha, sostituito da Mário Zagallo. Arrivò in Messico con questo bagaglio di incertezze fisiche e politiche, e proprio per questo ciò che fece in campo sembrò ancora più incredibile.
Al centro dell’attacco c’erano già Pelé, Tostão e Gerson, e per lui non restava che il vecchio ruolo di ala destra. La cosa non lo fermò. Segnò due gol all’esordio contro la Cecoslovacchia, poi andò in rete in ogni singola partita successiva del torneo: contro l’Inghilterra, la Romania, il Perù, l’Uruguay e infine l’Italia nella finale vinta 4-1. Sette gol in sei partite, un bottino che lo lasciò secondo nella classifica marcatori alle spalle del solo Gerd Müller (dieci reti), e che gli valse un primato condiviso soltanto con l’uruguaiano Alcides Ghiggia, protagonista del Mondiale 1950: nessun altro calciatore nella storia ha segnato in ogni partita disputata in un’unica edizione della Coppa del Mondo.
La gara più dura fu la semifinale contro l’Uruguay, finita 3-1. Gli uruguaiani giocarono con una durezza quasi provocatoria, e il difensore Mujica marcò Jairzinho a suon di falli. Lui resse l’urto grazie al fisico e all’equilibrio, e firmò proprio il gol che ribaltò la partita. Di quel torneo e del proprio modo di giocare, raccontò anni dopo in un’intervista: “Quando partivo palla al piede, non era facile fermarmi”. Fu da quelle sei partite che nacque il soprannome che lo avrebbe accompagnato per sempre: Furacão, l’Uragano.
Il lungo addio
Nel 1974, nonostante un contratto ricco, Jairzinho scelse di lasciare il Brasile per misurarsi con un calcio diverso: accettò l’offerta dell’Olympique Marsiglia, insieme al vecchio compagno di squadra Paulo Cesar Lima. Fu un’annata infelice per entrambi: Jairzinho faticò ad ambientarsi, e il suo carattere non proprio mansueto gli costò un episodio spiacevole, l’aggressione a un guardalinee dopo un fallo contestato. Dopo la rottura con il club francese, fu Ewert Nene, co-proprietario dei sudafricani Kaizer Chiefs, a offrirgli una via di fuga: un contratto a breve termine a Johannesburg, valido fino all’inizio del 1976.

Il ritorno in Brasile arrivò infatti proprio a inizio 1976, con la firma per il Cruzeiro a pochi giorni dal via del campionato. Bastò un solo anno, ma fu un anno vincente: con la raposa Jairzinho conquistò il Campeonato Mineiro e, soprattutto, la Copa Libertadores. A 32 anni, con una carriera già lunghissima alle spalle, sorprese tutti accettando una nuova sfida in Venezuela, al Portuguesa de Acarigua, dove arrivò a sorpresa fino alla semifinale di Libertadores. Passò poi per il Noroeste de Bauru, dove nel Campeonato Brasileiro Série A del 1978 segnò ancora dieci gol, e per il Wilstermann in Bolivia, prima di tornare al Botafogo nel 1981 per chiudere la carriera dove era cominciata: oltre quattrocento presenze e 186 gol complessivi con quella maglia bianconera.
La statua a Engenhão
Nel 2011 il Botafogo inaugurò davanti all’ingresso dello stadio Engenhão una statua di Jairzinho, posta accanto a quelle di Garrincha e Nilton Santos: il cerchio di via General Severiano, chiuso in bronzo. Il ragazzino che da bambino guardava gli allenamenti attraverso la rete era diventato, lui stesso, il nome accanto a cui altri bambini avrebbero sognato.
Quel filo non si è spezzato nemmeno con la sua generazione: il figlio Jair Ventura ha intrapreso la carriera di allenatore proprio sulla panchina del Botafogo, portando il cognome Ventura ancora una volta dentro quel campo di via General Severiano. Jairzinho, l’uomo che aveva dovuto inventarsi un calcio diverso da quello di Garrincha per non scomparire alla sua ombra, aveva finito per diventare lui stesso l’ombra sotto cui crescere.