Jean-Marie Pfaff venne al mondo il 4 dicembre 1953 a Lebbeke, nelle Fiandre Orientali, in una famiglia di venditori ambulanti di tappeti. Undici figli, una bancarella che cambiava indirizzo ogni settimana, e sei maschi che tra una tappa e l’altra si inventavano partite di calcio nei cortili di periferia, facendosi chiamare “i diavoli rossi”, come la Nazionale che sognavano di indossare un giorno.
Poi arrivò il lutto che cambiò tutto. Il padre Honoré morì di cancro quando Jean-Marie non aveva ancora dodici anni. Al figlio più dotato del gruppo, prima di andarsene, aveva chiesto una cosa sola: diventare un calciatore vero. Jean-Marie mantenne la promessa, dividendosi per anni tra gli allenamenti e un lavoro qualunque per portare qualche soldo a casa.
Dai campetti di periferia al Beveren
I fratelli maggiori, Louis e Jean-Baptist, aprirono la strada passando prima dall’Eendracht Aalst e poi dal Beveren. Jean-Marie e il fratello Toon li seguirono nel 1965, in quel club del Waasland che lo avrebbe portato, passo dopo passo, fino alla porta della Nazionale.
Gli anni della crescita furono anche anni di fatica quotidiana: per allenarsi, Pfaff pedalava ogni giorno i venticinque chilometri che separavano Beveren da Sint-Niklaas, con qualsiasi tempo. Nel 1972, non ancora ventenne, si guadagnò il posto in prima squadra, debuttando nel massimo campionato belga l’anno seguente con ventisette presenze nella stagione 1973-74: l’inizio di un legame che sarebbe durato un decennio.
Nel 1974 sposò Carmen, e insieme alla moglie aprì un negozio di articoli sportivi, dividendosi tra il bancone e gli allenamenti mentre si imponeva come portiere titolare del Beveren.
L’esordio con la Nazionale

Nel maggio del 1976 il commissario tecnico Guy Thys decise di svecchiare una porta che per anni era appartenuta a Christian Piot, spesso fermato dagli infortuni. Per il ritorno dei quarti di finale degli Europei contro l’Olanda, all’Heysel, lanciò un gruppo di esordienti: Willy Wellens, René Verheyen, Michel Renquin e, tra i pali, Jean-Marie Pfaff.
Il ragazzo si presentò alla grande platea internazionale nel modo più diretto possibile: parò un calcio di rigore a Johan Neeskens. Il Belgio passò in vantaggio con Van Gool, l’Olanda pareggiò con Rep e chiuse i conti con una prodezza di Johan Cruijff. A quel punto Pfaff fece una cosa che in pochi si aspettavano: corse sotto la porta avversaria a complimentarsi con l’autore del gol.
Il gesto gli costò critiche feroci in patria. “Nessuno mi capì”, avrebbe raccontato più avanti, “ma Cruijff aveva segnato un gran bel gol e il mio senso di sportività mi obbligava a fargli i complimenti”. Era un indizio di carattere che la carriera avrebbe confermato stagione dopo stagione: Pfaff si considerava un interprete dello spettacolo, prima ancora che un difensore della propria porta.
Primi trofei: la Coppa e lo Scudetto
Il Beveren vinse la propria prima Coppa del Belgio nel 1978, superando il Charleroi per 2-0 in finale, con Pfaff ormai saldamente titolare. Lo stesso anno il portiere si aggiudicò la Scarpa d’Oro belga, un trofeo che i portieri conquistano raramente: prima di lui soltanto Jean Nicolay, Fernand Boone e Christian Piot, tre leggende della porta belga, erano riusciti nell’impresa.
L’anno successivo arrivò anche il primo scudetto della storia del club: Pfaff chiuse il campionato 1978-79 con appena ventiquattro gol subiti in trentaquattro partite e sole quattro sconfitte in tutta la stagione, un rendimento che consacrò lui e il piccolo Beveren come una delle realtà più solide del calcio belga. Si definiva lui stesso “il clown della porta”, ma dietro le smorfie e le acrobazie si nascondeva un portiere che Guy Thys, pur non amando i suoi show, considerava senza rivali nel ruolo.
Europei e Mondiali con la maglia del Belgio
I primi grandi palcoscenici internazionali arrivarono in rapida successione. All’Europeo del 1980, in Italia, Pfaff guidò il Belgio fino alla finale, persa contro la Germania Ovest. Due anni più tardi, ai Mondiali di Spagna, fu tra i protagonisti di un torneo che il Belgio chiuse però con amarezza: nell’ultima partita della prima fase, contro l’Ungheria, un violento scontro di gioco con il compagno di squadra Eric Gerets costrinse entrambi a tornare a casa anzitempo.
Pfaff non nascose mai il rammarico per quell’episodio. “Se io ed Eric non ci fossimo fatti male”, disse in seguito, “il Belgio avrebbe potuto raggiungere la finale e… vincerla. Non avremmo avuto paura di nessuno, né del Brasile né dell’Italia”. Un’illusione, forse, ma coerente con l’autostima di un portiere che non si tirava mai indietro di fronte a un pronostico.
Sei stagioni a Monaco

Nel 1982 arrivò il trasferimento che avrebbe consacrato Pfaff a livello europeo: il Bayern Monaco. In Baviera vinse tre campionati tedeschi consecutivi, dal 1984 al 1987, e tre Coppe di Germania, nel 1982, nel 1984 e nel 1986. Fu un’epoca di dominio quasi assoluto, e Pfaff ne divenne uno dei volti più riconoscibili, segnalato dal settimanale Kicker come uno dei migliori portieri al mondo già nell’estate del 1983.
Nel racconto che amava fare di sé stesso, quegli anni avevano una morale precisa. “C’era Eddy Merckx nel ciclismo. Ora c’è Pfaff nel calcio”, ripeteva, senza troppa modestia ma senza nemmeno troppa esagerazione, considerando ciò che stava costruendo.
L’incubo di Platini
Non tutto, però, fu trionfo. Agli Europei del 1984 in Francia, Pfaff arrivò da un Mondiale chiuso con un solo gol subito in tre partite, salvo poi essere escluso da una gara per una vicenda legata a una serata fuori le righe, pagandone da solo le conseguenze. Contro i padroni di casa della Francia, il 16 giugno, resistette a lungo agli attacchi avversari, prima di cedere su un calcio di rigore trasformato da Michel Platini e su una marcatura concessa con troppa leggerezza proprio al Pallone d’Oro francese. Il Belgio, campione uscente della manifestazione, non superò nemmeno il girone.
Messico 1986, la consacrazione
Il momento più alto arrivò al Mondiale del 1986. Pfaff rischiava addirittura di restarne fuori: reduce da un infortunio serio, doveva difendere il posto da titolare al Bayern dalla concorrenza del giovane Jacky Munaron. Guy Thys gli propose allora una scommessa quasi sportiva: sarebbe andato in Messico soltanto se avesse riconquistato la maglia da titolare in Baviera.
Pfaff vinse la scommessa e disputò un torneo straordinario, premiato al termine della competizione come miglior portiere del Mondiale, davanti al sovietico Rinat Dasaev. Il Belgio arrivò fino alla semifinale, fermato dall’Argentina di Diego Maradona.
“Lo stato d’animo del gruppo prima del match”, confidò Pfaff, “assomigliava a quello che si respirava nello spogliatoio prima della finale degli Europei dell’80. […] Quando rivedo Maradona far fuori in dribbling tutta la nostra difesa penso che se ci fosse stato un tipo come Ludo Coeck, Diego non sarebbe mai riuscito in un’impresa del genere”.
Al triplice fischio, i due si scambiarono le maglie: un cimelio che Pfaff avrebbe conservato per decenni, insieme a quello ottenuto anni prima da Cruijff. Da quel Mondiale tornò anche con un soprannome nuovo, “El Simpático”, guadagnato a forza di sorrisi e occhiolini rivolti alle telecamere.

L’addio alla Nazionale
L’ultima presenza di Pfaff in Nazionale arrivò il 23 settembre 1987, in una sconfitta per 2-0 contro la Bulgaria a Sofia, valida per le qualificazioni europee. Il commissario tecnico era sempre Guy Thys, che dalla partita seguente scelse di affidare i pali al giovane Michel Preud’homme.
Pfaff chiudeva così la sua esperienza internazionale a quota 64 presenze, molte delle quali da capitano. Non digerì l’esclusione, e ne attribuì la responsabilità a logiche che definì “commerciali”, legate ai contratti di sponsorizzazione firmati dalla Federazione. “Senza quei maneggi”, avrebbe sempre sostenuto, “sarei diventato senza dubbio il primatista di presenze in Nazionale”. Dovette invece accontentarsi di un record comunque straordinario per l’epoca.
Gli ultimi anni, tra campo e birra
Nel 1988 il Bayern lo lasciò partire, dopo 156 presenze in cinque stagioni, e Pfaff tornò in patria, al Lierse, con un contratto insolito che prevedeva anche un ruolo nelle pubbliche relazioni dello sponsor del club, un produttore di birra. “Non ci trovo nulla di strano”, commentò con la consueta ironia. “La birra mi è sempre piaciuta e io sono sempre piaciuto alla birra”.
Chiuse la carriera in Turchia, al Trabzonspor, convinto di essere stato, in un decennio di porta azzurra, il portiere che aveva fatto davvero grande la fama belga nel ruolo. “Prima di me Nicolay, Trappeniers e Piot erano già stati brillanti”, disse. “Ma io ho fatto lo scatto decisivo. Loro non avevano il mio carisma. Preud’homme ha approfittato delle mie imprese per rafforzare la sua fama”. Parole che raccontano un uomo mai disposto a passare in secondo piano.
La festa più grande del Belgio
Nel 1991, sul campo del Beerschot, Pfaff organizzò la propria partita d’addio, mettendo in piedi una sfida fra il Belgio degli anni Ottanta e una selezione di stelle internazionali che comprendeva Franz Beckenbauer, Ruud Krol, Alain Giresse, Michel Platini, Roger Milla e Søren Lerby. Le immagini furono trasmesse in 36 Paesi diversi.
“Visto che per la Federazione sembra impossibile festeggiare i suoi eroi, ci ho pensato io”, disse Pfaff. “E se davvero, come si dice, fossi così detestato nell’ambiente del calcio, non sarei riuscito a raggruppare tante star per la mia festa d’addio”.
Il clown fuori dai pali

Lasciato il campo, Pfaff mise a frutto la propria fama costruendosi una seconda carriera nelle pubbliche relazioni. Molto meno fortunata fu invece la parentesi da allenatore, vissuta per breve tempo sulla panchina dell’Ostenda e chiusa rapidamente, vittima — a suo dire — di pregiudizi legati più al personaggio che al tecnico.
Negli anni successivi il mito non si è mai appannato. Nel 2004 la FIFA lo ha inserito nella lista dei 125 più grandi calciatori viventi; nel 2022 Beveren, la città che lo aveva adottato appena adolescente, lo ha nominato cittadino onorario; e nel 2023 ha aperto per qualche mese un piccolo museo dedicato alla propria carriera, con trofei, maglie e cimeli raccolti in quasi vent’anni di porta, comprese quelle scambiate, al triplice fischio di una semifinale mondiale, con Johan Cruijff e Diego Maradona. Parte di quella collezione è poi finita all’asta, esposta prima al pubblico belga nello stadio che porta il nome del re, quasi a chiudere idealmente il cerchio tra il ragazzo cresciuto fra i tappeti delle Fiandre e il portiere che il mondo avrebbe imparato a conoscere come “il clown della porta”.