Zigoni e il caso della bottiglietta fantasma

Mancavano pochi passi al tunnel quando le gambe di Gianfranco Zigoni smisero di obbedirgli. Era il 21 novembre 1976, fine del primo tempo al Comunale di Torino, con Juventus e Verona ferme sullo 0-0. Il centravanti gialloblù barcollò, si portò una mano alla fronte e finì disteso sull’erba. Da quel momento prese forma una delle vicende più strane della giustizia sportiva italiana: un giocatore a terra, un oggetto che non fu mai trovato, un reclamo, un’inchiesta e un processo chiuso senza un solo colpevole.

Un pomeriggio al Comunale

Si giocava la sesta giornata del campionato 1976-77. La Juventus di Giovanni Trapattoni viaggiava in testa alla classifica, tallonata dal Torino campione d’Italia. Il Verona di Ferruccio Valcareggi era una provinciale solida, scesa a Torino per strappare un punto senza troppe illusioni.

Per quarantacinque minuti il piano funzionò. Poi le squadre si avviarono verso gli spogliatoi e lì, in coda al gruppo, Zigoni crollò. Un fotografo presente allo stadio ricostruì la scena con dovizia di particolari: dalla Curva Filadelfia sarebbe partita una bottiglietta di plastica vuota, caduta prima sulla schiena di un inserviente e rimbalzata soltanto di riflesso sulla spalla del centravanti, che si sarebbe lasciato cadere a terra. Zigoni, sorretto da un dirigente, rientrò negli spogliatoi, scosso da conati di vomito.

Attorno a lui si mosse tutto lo staff bianconero: il direttore sportivo della Juve, Giuliano, osservava la scena senza drammatizzare; il medico juventino, La Neve, intervenne per visitarlo. Trapattoni, con la schiena già rivolta alla telecamera, liquidò l’episodio con una battuta destinata a restare: «Basta con la scena».

Il ribelle in pelliccia

Per Zigoni quella non era una partita come le altre. A Torino era cresciuto, con la maglia della Juventus aveva esordito in Serie A poco più che diciassettenne e vinto lo scudetto del 1967. La disciplina bianconera, però, gli era sempre andata stretta, e dopo una parentesi alla Roma era approdato al Verona nel 1972.

Sull’Adige era diventato un idolo. Andava in panchina in pelliccia, giocava con i calzettoni abbassati, si allenava quando ne aveva voglia e regalava giocate che facevano impazzire il Bentegodi. Nel maggio del 1973 era stato tra i protagonisti della “fatal Verona”, il 5-3 che costò lo scudetto al Milan e lo consegnò proprio alla Juventus.

Anni dopo avrebbe confessato un sogno che, letto alla luce di quel pomeriggio, suona quasi come una premonizione: «Sognavo di morire sul campo, con la maglia del Verona addosso».

Il secondo tempo senza Zigoni

Zigoni è a terra. Franzot cerca di aiutarlo, dietro si intravede il dott. La Neve. Di spalle Trapattoni

Del secondo tempo Zigoni non giocò un minuto: al suo posto entrò Maddè. Privo del centravanti, il Verona resse ancora una ventina di minuti. Al 69′ Roberto Bettega sbloccò il risultato, all’87’ Franco Causio firmò il raddoppio. Il gol di Luppi allo scadere servì soltanto ad accorciare: 2-1 per la Juventus.

Negli spogliatoi veronesi, però, si parlava d’altro. Il capitano Sirena e il compagno Franzot sostennero che Zigoni era stato colpito da una bottiglietta lanciata dagli spalti. Se fosse stato vero, il regolamento offriva una via d’uscita: la sconfitta a tavolino della squadra di casa per responsabilità oggettiva. Il Verona presentò reclamo e chiese lo 0-2.

Una regola precisa

Negli anni Settanta la norma non lasciava margini. Per ribaltare un risultato a causa della menomazione di un giocatore, provocata da un fatto estraneo al gioco, l’episodio doveva risultare in modo evidente, diretto o indiretto, dai rapporti dell’arbitro o dei guardalinee. Senza quella traccia scritta, valeva il risultato del campo.

I rapporti ufficiali, però, raccontavano storie diverse a seconda di chi li firmava. L’arbitro Serafino di Roma e uno dei due guardalinee erano entrati nel sottopassaggio prima di Zigoni: non avevano visto nulla. L’altro guardalinee, Ambrosio, camminava invece dietro al gruppo, a pochi metri dal centravanti, ed era quindi l’unico vero testimone dell’episodio. Sul suo racconto, però, calò quello che i cronisti dell’epoca definirono un “mutismo assoluto”: nessuna conferma pubblica, nessuna bottiglietta vista cadere, nessun oggetto ritrovato a terra.

Il primo dicembre 1976 il giudice sportivo della Lega, l’avvocato Alberto Barbè, respinse il reclamo per assoluta mancanza di prove. Ma non chiuse la pratica. Trasmise gli atti alla presidenza della Lega perché accertasse eventuali violazioni regolamentari. Tradotto: voleva vederci chiaro su Zigoni.

Due mesi di interrogatori

L’indagine fu affidata al dottor Manin Carabba, magistrato e principale collaboratore del capo dell’ufficio inchieste, Corrado De Biase. Durò oltre due mesi. Sfilarono Zigoni, Sirena, Franzot, l’arbitro Serafino, il guardalinee Ambrosio, i due allenatori Trapattoni e Valcareggi, i medici sociali e altri tesserati.

Il centravanti, punto sul vivo dalla battuta di Trapattoni, non le mandò a dire: «Sono stato colpito, poi mi sono sentito male. Trapattoni mi ha dato del commediante e a questo punto io penso di querelarlo». I compagni di squadra giurarono sull’autenticità del malore: «Ha vomitato per tutto l’intervallo e non era in grado di reggersi in piedi. È stato il medico a dire che non poteva rientrare in campo». Il presidente del Verona Garonzi, raccontò di averlo visto un’ora dopo la partita ancora incapace di ragionare, «barcollava come un pugile dopo un k.o.», e disse di aver presentato riserva scritta all’arbitro.

Anche Valcareggi prese le difese del suo centravanti, con un argomento tutto tattico: perché mai Zigoni avrebbe dovuto inscenare un malore, se il Verona non stava perdendo ma anzi teneva testa alla Juventus in modo dignitoso? Perdere un giocatore così prezioso, osservò, non valeva la scommessa aleatoria di una vittoria a tavolino.

Il centravanti ricostruì così quei secondi davanti all’inquirente: «Improvvisamente ho sentito… un colpo secco alla parte sinistra della fronte. Ricordo che ho fatto un passo o due, e poi ho sentito che le gambe non mi reggevano più; ho avvertito un giramento di testa e da allora non ho capito più nulla…».

Cinque indizi contro la tesi del Verona

Mentre l’inchiesta procedeva, la stampa sportiva elencava già le circostanze che remavano contro il reclamo gialloblù. Nessuna contestazione era arrivata dal pubblico nel momento esatto dell’incidente. Il corpo del reato — la bottiglietta — non era mai stato ritrovato. I medici delle due società, nella visita congiunta, non avevano riscontrato né ematomi né contusioni sulla testa di Zigoni. Il Verona, inoltre, non aveva chiesto l’intervento tempestivo del medico ufficiale, presente allo stadio per i controlli antidoping, per certificare lo stato confusionale denunciato. E nessuno, né la società né il giocatore né altri, aveva mai ipotizzato che l’oggetto contundente fosse diverso da una semplice bottiglietta di plastica vuota.

Cinque dettagli minori, presi uno per uno. Messi in fila, raccontavano però un quadro coerente: quello di una menomazione impossibile da dimostrare.

Assolti con formula piena

Il 12 febbraio 1977 De Biase tirò le somme e rinviò a giudizio Sirena e Franzot per violazione dell’articolo 1, quello che impone ai tesserati una condotta leale e sportiva. L’accusa era di aver attribuito l’uscita del compagno a un lancio dagli spalti senza mai dirlo all’arbitro, tirando fuori la storia della bottiglietta solo durante l’inchiesta. Con loro finì a giudizio anche Zigoni, per aver avallato quella versione quando, secondo l’ufficio inchieste, era stato più probabilmente vittima di un malore.

Il processo si tenne davanti alla commissione disciplinare della Lega professionisti, presieduta da Fuhrmann. Il 25 marzo 1977 arrivò la sentenza: tutti prosciolti con formula piena. Zigoni, presumibilmente colto da malore, aveva soltanto cercato di spiegarsi quello che gli era capitato, offrendo una ricostruzione soggettiva e non una bugia. Quanto a Sirena e Franzot, i giudici osservarono che non avevano alcun obbligo di riferire all’arbitro la faccenda della bottiglietta.

L’esito finale aveva una simmetria quasi perfetta. La Juventus non fu punita perché mancavano le prove della menomazione. Zigoni e i compagni non furono puniti perché mancavano le prove della simulazione.

In copertina

Il caso finì anche sulla carta patinata. Il settimanale Guerin Sportivo, nella rubrica “domenica out” firmata da Alberto Rognoni, anticipò l’esito prima ancora della sentenza, titolando senza giri di parole: “Zigoni, non si spara alle Signore!” — un gioco di parole sul soprannome della Juventus, rafforzato in copertina da una foto del centravanti travestito da cowboy, pistola in pugno.

Un punto di distanza

Col senno di poi, quel reclamo pesava molto più di due punti. La Juventus chiuse il campionato 1976-77 con un solo punto di vantaggio sul Torino. Uno 0-2 a tavolino avrebbe cancellato la vittoria sul Verona, e lo scudetto avrebbe cambiato sponda in città.

Zigoni, intanto, si era rimesso in piedi in fretta. La domenica successiva, al Bentegodi contro il Perugia, aprì le marcature nel 2-0 dei gialloblù. Di bottiglie, malori e commissioni disciplinari non volle più sentir parlare.


Autore: Storie di Calcio