Juventus 1983/84: la Signora in giallo

Il Comunale è ancora bagnato di pioggia quando, il 15 maggio 1983, Dino Zoff attraversa il campo per l’ultima volta da calciatore. Di fronte c’è il Genoa, la partita finisce 4-2, ma il risultato conta poco: quello che Torino vuole salutare è un’epoca intera. Insieme a lui lascia il campo anche Roberto Bettega, e il pomeriggio si trasforma in un lungo applauso per due colonne della Juventus degli anni Settanta.

Zoff ha quarantun anni, undici dei quali vissuti in bianconero, e un soprannome che dice tutto: Superdino, o Dinomito. Il bilancio è quasi incredibile: 476 partite ufficiali, 330 in campionato — tutte consecutive, un record che nessuno ha più avvicinato — con 903 minuti filati senza incassare gol, sei scudetti, due Coppe Italia, una Coppa Uefa. In nazionale il discorso non cambia: addirittura 1143 minuti d’imbattibilità tra il 1972 e il 1974, il titolo europeo del 1968 e, soprattutto, il Mondiale di Spagna vinto nell’82 a quarant’anni compiuti, l’ultimo grande sigillo di una carriera che pochissimi portieri al mondo possono vantare. In totale ha preso parte a quattro Mondiali, da titolare in tre di essi: un palmarès da separare in due vite, quella del portiere contestato dopo gli errori contro l’Olanda nel ’74 e quella, arrivata molti anni più tardi, del capitano più anziano mai salito su un podio iridato.

La sua uscita di scena arriva pochi giorni dopo la delusione di Atene, dove la Juventus ha perso la finale di Coppa dei Campioni contro l’Amburgo, piegata da un gol da lontano di Magath. Alla vigilia dell’addio, a chi gli chiede cosa si porti via da Torino, Zoff risponde con la sobrietà che lo ha sempre contraddistinto: «Cosa penso di lasciare in questa città? Nulla o forse un buon ricordo». Una frase che è già un commiato, pronunciata da chi non ha mai avuto bisogno di alzare la voce per farsi ricordare.

I volti nuovi

Insieme a Zoff e Bettega, la Juventus saluta anche Beppe Furino, l’indomito mediano che pur restando formalmente in rosa raccoglierà solo pochi scampoli di campo, giusto per arrivare a quota otto scudetti in carriera. È una rosa che cambia pelle in un’estate sola, e Giovanni Trapattoni la ricostruisce pescando, non a caso, nella stessa città: da Avellino arrivano il portiere Stefano Tacconi, fisico imponente e personalità giusta per non farsi schiacciare da un’eredità pesantissima, e Beniamino Vignola, centrocampista dal sinistro raffinato, destinato a trovare spazio accanto a Michel Platini.

Per l’attacco, al posto di Bettega e del mai del tutto esploso Marocchino, arriva dal Verona Franco Penzo, centravanti di sacrificio e buon colpo di testa. In cambio, sempre al Verona, va in prestito Giuseppe Galderisi, che a Torino non ha mai trovato spazio nonostante le premesse incoraggianti.

Prima ancora che il campionato cominci, la nuova Juventus si toglie una soddisfazione simbolica. Il 2 luglio 1983 vince il Mundialito per club, superando avversarie come Inter, Milan, Peñarol e Flamengo: non è un trofeo ufficiale, ma è il primo segnale di una squadra che ha voglia di ripartire forte, come già accaduto al Trap nel suo primo anno sulla panchina bianconera, quando campionato e coppa erano arrivati nella stessa stagione.

Il duello con la Roma

Alta tensione in campo in Juventus-Roma 2-2

Il campionato si apre con un segnale fortissimo: 7-0 all’Ascoli, con doppiette di Paolo Rossi, Platini e Penzo. La nuova formula offensiva funziona, e la Juventus di Trapattoni lo dimostra partita dopo partita, con Boniek e Platini finalmente inseriti negli schemi del tecnico, sia pure — il francese in particolare — con qualche mugugno di troppo.

L’avversaria da battere è la Roma di Nils Liedholm, campione d’Italia in carica e rinforzata da Toninho Cerezo e Francesco Graziani, con Paulo Roberto Falcão a dettare i tempi della manovra: un centrocampo tecnico e aristocratico, costruito apposta per il possesso palla, che fa a pugni con l’anima più verticale e fisica della squadra di Trapattoni. Dopo cinque giornate il distacco è di un solo punto, Juventus 9 e Roma 8. La prima frenata bianconera arriva nel derby, poi la Sampdoria dell’ex Liam Brady segna su rigore ed espugna il Comunale, lanciando la Roma a più tre.

Lo scontro diretto, il 4 dicembre a Torino, è il crocevia della stagione. I giallorossi passano con Bruno Conti e vanno al riposo avanti; la Juventus ribalta nella ripresa con Platini e Penzo, ma al novantesimo Roberto Pruzzo pareggia con una rovesciata che resta negli almanacchi: finisce 2-2, davanti a uno stadio esaurito. Sembra ripetersi il copione dell’anno precedente, quando proprio la Roma si era laureata campione d’Italia.

Non succede. Sotto Natale la Juventus allunga e prende il comando della classifica, che non lascerà più nonostante il ritorno d’orgoglio del Torino e l’inseguimento tardivo della Roma. Il 6 maggio 1984, un pareggio in trasferta con l’Avellino vale la certezza matematica: è lo scudetto numero ventuno, conquistato con una giornata d’anticipo. Platini chiude il campionato da capocannoniere per il secondo anno di fila, con 20 gol, uno più dello Zico dell’Udinese; Rossi ne aggiunge 13, mentre Penzo, Vignola e Antonio Cabrini arrivano a quota cinque. Sono 57 i gol segnati in totale, nove più della Roma: un dato che racconta più di ogni altro il cambio di pelle della squadra, abituata negli anni a vincere sulla base dell’impenetrabilità difensiva e capace adesso di imporsi grazie alla potenza del proprio attacco.

Il cammino europeo

PSG-Juventus 2-2: la rete di Boniek dell’1-1

Nel frattempo la Juventus gioca anche un’altra partita, su un tabellone diverso. La Coppa Italia vinta l’estate precedente contro il Verona — una rimonta clamorosa, 3-0 al ritorno dopo lo 0-2 dell’andata — ha aperto le porte della Coppa delle Coppe, la manifestazione riservata alle vincitrici delle coppe nazionali, considerata di prestigio appena inferiore alla Coppa dei Campioni.

Il primo turno ripete lo schema dell’esordio in campionato: 7-0 al Lechia Danzica, poker di Penzo e doppietta di Platini; nel ritorno in Polonia, patria di Boniek, i bianconeri vengono stuzzicati da due gol locali ma vincono comunque 3-2, grazie a Vignola, Tavola e allo stesso Boniek, autore del gol in casa propria. Più complicato il Paris Saint-Germain: all’andata i francesi colpiscono per primi con Couriol, la Juventus risponde con Boniek e Cabrini, ma N’Gom firma il definitivo 2-2 che consegna un risultato prezioso. Al ritorno basta uno 0-0 blindato per staccare il biglietto per i quarti.

Ai quarti arrivano i finlandesi dell’Haka di Valkeakoski, squadra di semi-dilettanti volenterosi ma senza i mezzi delle grandi d’Europa: i ghiacci imprigionano ancora lo stadio finnico, così la gara d’andata si gioca a Strasburgo, dove il sinistro di Vignola vale l’1-0. Il ritorno, giocato finalmente in Finlandia, si chiude di nuovo 1-0, questa volta con Marco Tardelli. La semifinale contro il Manchester United è considerata da tutti la vera finale anticipata del torneo: a Manchester finisce 1-1, con un’autorete di Hogg e il pareggio di Davies. Nel ritorno a Torino, il 25 aprile, Boniek porta avanti i bianconeri, Norman Whiteside pareggia nella ripresa, ma al 90′ Paolo Rossi firma il gol che vale la finale.

Il Porto di Pedroto

Dall’altra parte del tabellone arriva il Porto, squadra fatta di palleggiatori eleganti più che di nomi altisonanti, guidata da un allenatore che per il club portoghese rappresenta molto più di un tecnico. José Maria Pedroto ha riportato il Porto ai vertici del calcio lusitano dopo anni di digiuno, ma quella stagione 1983-84 è anche la più dolorosa della sua carriera: colpito da un tumore, è costretto a lasciare la panchina il 4 dicembre 1983, dopo una vittoria a Penafiel, e non dirigerà più la squadra dal campo. Morirà pochi mesi dopo la finale, nel gennaio 1985. I suoi giocatori, privati della sua guida diretta, decidono di giocarsi Basilea anche per lui.

La notte di Basilea

Il 16 maggio 1984, al St. Jakob Stadion, davanti a 60mila spettatori, Juventus e Porto si giocano la Coppa delle Coppe con le maglie invertite rispetto al solito: gialla per i bianconeri, blu per i lusitani. Il match si decide tutto nel primo tempo. Al 12′ Vignola sblocca il punteggio; al 29′ António Sousa pareggia per il Porto; al 41′, dopo una serie di interventi al limite del regolamento sui suoi avversari, Zbigniew Boniek firma il gol che chiude i conti: 2-1.

Nella ripresa il Porto attacca con convinzione, ma la retroguardia bianconera, guidata da Gaetano Scirea, non concede spazi, e Tacconi si fa trovare pronto con due interventi decisivi che spengono sul nascere gli ultimi assalti portoghesi. Al triplice fischio il capitano può alzare al cielo il secondo trofeo internazionale della storia della Juventus, dopo la Coppa Uefa del 1977. Anni dopo Vignola, autore del gol-partita e dell’assist per Boniek, racconterà così quella sera: «una squadra di mostri più uno normale, io».

Un trofeo per due bacheche

In una sola stagione la Juventus di Trapattoni porta a casa lo scudetto numero ventuno e la sua prima Coppa delle Coppe, dopo aver già festeggiato in estate il Mundialito per club. È la stagione che chiude l’epoca di Zoff e ne apre una nuova, affidata a un gruppo che nel giro di pochi mesi conquisterà anche la Supercoppa Uefa contro il Liverpool. Per Trapattoni è il quinto scudetto alla guida bianconera, e nessun allenatore italiano, prima o dopo di lui, ne ha vinti altrettanti con la stessa maglia.

A distanza di decenni colpisce soprattutto questo: la squadra ha retto due pesi insieme, il campionato di casa e la coppa europea, senza farne cadere nessuno, e lo ha fatto proprio nella stagione in cui doveva reinventarsi senza il suo portiere di sempre. Tacconi, arrivato per raccogliere un’eredità giudicata impossibile, chiude l’annata con uno scudetto e una coppa europea al primo colpo: un esordio che a Torino, a dire il vero, nessuno si aspettava così immediato.


Autore: Storie di Calcio