Nella primavera del 1983 lo scudetto si gioca quasi tutto a due. A ventisei giornate dalla fine, la Roma di Nils Liedholm comanda la classifica con tre punti di vantaggio sulla Juventus, e ogni turno pesa come una finale. Prima della sosta decisiva, però, tra le due contendenti si infila un ostacolo che a Torino nessuno vuole chiamare per nome: il derby della Mole, in programma domenica 27 marzo al Comunale.
Per i bianconeri è un’occasione da non sprecare. Vincere contro il Torino significherebbe avvicinarsi alla capolista proprio mentre la Roma è di scena a Firenze, in una partita che sulla carta promette punti pesanti per i giallorossi. La vigilia, in casa Juve, profuma di serenità.
Le parole della vigilia
Forse troppa serenità. Zbigniew Boniek, reduce dal Mondiale spagnolo e dal passato da giocatore del Widzew Łódź, guarda già oltre il derby: “Sarà più dura in coppa, contro il Widzew Łódź”, assicura, pensando alla semifinale di Coppa dei Campioni che attende la Juve di lì a pochi giorni.
Roberto Bettega vive invece il suo ultimo derby. A fine stagione lascerà Torino per il Canada, dove vestirà la maglia dei Toronto Blizzard. Alla vigilia confessa un desiderio semplice: “Vorrei salutare con un gol”.
Giovanni Trapattoni stempera ogni enfasi. Recupera Sergio Brio e Paolo Rossi e può schierare sei campioni del mondo più Michel Platini e Boniek. “Mi piace questa attesa tranquilla”, spiega il tecnico. “Dobbiamo educare i tifosi alla calma”.
Il Toro di Bersellini
Anche Eugenio Bersellini può contare sulla formazione migliore. In difesa c’è Van de Korput, in avanti Selvaggi, detto “Spadino”. Patricio Hernandez, argentino dal carattere acceso, provoca a distanza: “Genzano e Vignola meglio di Platini”.
Il Torino insegue un posto in Coppa Uefa, ma per i granata il derby ha un significato più ampio. Renato Zaccarelli, capitano e bandiera, lo spiega senza giri di parole: “Dobbiamo vincere per questo e per far perdere lo scudetto alla Juve”.
Il primo tempo bianconero
La partita parte con il Toro all’attacco, ma è la Juve ad affilare le armi in contropiede. Al 9′, dagli spalti arriva una notizia che accende la curva Filadelfia: a Firenze la Roma è sotto 1-0. L’ovazione sembra trascinare i bianconeri.
Pochi minuti dopo, un retropassaggio suicida di Van de Korput apre la strada a Paolo Rossi: l’attaccante si infila e firma l’1-0. La Juventus è a un solo punto dalla vetta. Il Toro protesta per un fallo subito, ma è proprio un contatto su Boniek a cambiare il copione: rigore per i bianconeri. Sul dischetto va Platini, che prima si vede respingere il tiro da Luciano Castellini e poi, pronto sulla ribattuta, raddoppia. Juventus 2-0, pomeriggio apparentemente già scritto.

Il colpo di Dossena
Al 25′ il Toro accorcia. Claudio Galbiati strappa palla a Gaetano Scirea, si invola e crossa per Beppe Dossena, che di testa batte Dino Zoff. È il primo squillo di una rimonta che nessuno, in quel momento, osa immaginare per intero. A fine partita Dossena, migliore in campo, dirà: “Erano sicuri di sbranarci, non conoscevano il cuore del Toro”.
Sugli spalti, un tifoso granata si rivolge al c.t. della Nazionale Enzo Bearzot, seduto in tribuna: “Invece di chiamare i morti, convoca Dossena!”. Bearzot, che pochi mesi prima al Mundial aveva incassato un ceffone da un giornalista polemico, abbozza un sorriso: “Lo richiamerò, certo. Io l’ho fatto debuttare…”.
Bonesso e il Filadelfia
Al 27′ il Toro pareggia. Dossena serve Beruatto sulla sinistra, il cross trova Bonesso, che anticipa Brio e insacca di testa. Per Bonesso quel gol vale una vita intera: cresciuto nel settore giovanile granata, aveva vissuto da raccattapalle lo scudetto del 1976 ed esordito a diciassette anni. “Per farvi un’idea della mia gioia”, racconterà anni dopo, “pensate che io sono nato al Filadelfia”.
Bersellini, intanto, punta il dito verso il cielo: “Lo dicevo che lassù qualcuno ci avrebbe ascoltato…”.
Il sorpasso di Torrisi
Il Toro non si ferma. Al 30′ Zaccarelli serve ancora Van de Korput, che mette al centro un pallone che Fortunato Torrisi trasforma in oro, al volo, da fuori area: 3-2. Per il centrocampista, torinese di nascita ma tifoso di Roma da bambino, è il gol di una carriera: “Recupero palla in difesa, salgo, mi butto sul cross di Van de Korput, al volo: se non avesse picchiato terra, Zoff ci sarebbe arrivato”, racconterà. “Quel gol mi ha segnato la vita”.
Tre reti in meno di quattro minuti. Il Toro, ormai lanciato, cerca pure il 4-2, ma il risultato non cambia più.

L’eco del derby
A Firenze, intanto, la Roma rimedia un 2-2 che vale comunque un allungo: +4 sulla Juventus. Al triplice fischio del Comunale, Trapattoni è furioso: “Addio scudetto! Narcisisti! Cercavano il bel voto sul giornale, i miei!”. Claudio Gentile descrive la sensazione con un’immagine folgorante: “Si è spenta la luce e nessuno riusciva a trovare l’interruttore”. Platini rivive un déjà vu: “Come a Siviglia, quando stavo battendo la Germania 3-1”.
Il giorno dopo la vita, paradossalmente, va avanti come se nulla fosse. Bettega registra la sua trasmissione televisiva e deve sorridere all’ospite di turno: Eugenio Bersellini. Paolo Rossi, dal canto suo, battezza il figlio appena nato: lo chiamerà Alessandro. Come Bonesso.
L’incredulità di Boniperti e Zoff
Giampiero Boniperti, presidente della Juventus, aveva lasciato il Comunale alla fine del primo tempo, convinto che la partita fosse ormai chiusa. Rientrato a casa, telefonò all’Avvocato Gianni Agnelli: nessuno dei due voleva credere a quanto raccontava la radio.
Eppure era tutto vero. Dino Zoff, che pochi mesi prima aveva resistito a lungo al Brasile di Zico nel Mondiale di Spagna, si era arreso tre volte in pochi minuti al Toro di Van de Korput. Zaccarelli proverà a restituire la dimensione di quei minuti: “Dire tre gol in cinque minuti non rende l’idea. Bisogna pensare: gol, palla a loro, la riprendiamo, gol, palla a loro, la riprendiamo, gol”.
La rimozione bianconera
Per molti juventini di quella squadra, il ricordo resta un trauma mai del tutto elaborato. Antonio Cabrini lo liquida ancora oggi con poche parole: “Non ricordo nulla di quella partita, mi spiace”. Brio, che quel giorno giocava infiltrato per un problema pubalgico, non trova spiegazioni razionali: “Quello fu un anno maledetto”, dirà, collegando il derby a un’altra débâcle che la Juventus avrebbe vissuto due mesi più tardi ad Atene, nella finale di Coppa dei Campioni persa 1-0 contro l’Amburgo di Felix Magath, dopo aver eliminato proprio il Widzew Łódź di cui parlava Boniek alla vigilia del derby.
Lo scudetto, sei settimane dopo quel pomeriggio, sarebbe andato alla Roma: il secondo della sua storia. E chi, in quel 27 marzo 1983, cerca spiegazioni meno razionali, più o meno diaboliche, può sempre ricordare un dettaglio: direttore generale di quel Torino era Luciano Moggi.